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Eutanasia, fine vita e referendum: perché serve subito una legge

Lo scenario peggiore è il continuo rimandare "alla prossima legislatura". Ma le sofferenze dei malati non possono aspettare

Eutanasia, fine vita e referendum: perché serve subito una legge

Nel 2016 il Comitato Etico di Fondazione Umberto Veronesi ha pubblicato un documento dedicato ai profili etici dell’eutanasia. Questa dichiarazione fu fortemente voluta da Umberto Veronesi, tanto che fu uno degli ultimi documenti cui il Professore lavorò attivamente prima della sua scomparsa.

In questo documento il Comitato Etico si esprimeva a favore del riconoscimento di un diritto per le persone malate di decidere in autonomia rispetto al proprio fine vita – ricorrendo, se necessario, anche all’eutanasia.

Come si legge nel documento, per “eutanasia” qui si intendeva “un’azione o omissione che per sua natura e intenzionalmente anticipa la morte di un paziente che lo abbia liberamente ed espressamente richiesto”.

Come si vede, quindi, questa idea di eutanasia riguarda unicamente “la buona morte” di chi lo chiede in modo autonomo e libero e, pertanto, nulla centra con i crimini che in passato sono stati talvolta travestiti da “eutanasia”.

Sempre in questo documento di identificavamo otto condizioni essenziali ed irrinunciabili affinché l’eutanasia potesse essere legalizzata; eccole:

(i) il paziente sia capace di intendere e di volere e abbia espresso la propria esplicita, univoca, autonoma e reiterata volontà eutanasica;

(ii) la valutazione di tale capacità sia operata da un medico indipendente dall’équipe che porterà a termine la procedura;

(iii) la volontà del paziente sia il frutto di una scelta basata su in- formazioni sanitarie complete, chiare e comprensibili per quella specifica persona;

(iv) il paziente sia stato informato sulle possibili strategie alternative e in particolare su quelle palliative, nonché sulla sedazione profonda temporanea o intermittente;

(v) la volontà di accedere all’eutanasia sia revocabile in ogni momento e con modalità molto semplici;

(vi) il paziente sia in fase terminale e affetto da una patologia connotata da uno stato di sofferenza fisica insopportabile, incurabile e con sintomi refrattari;

(vii) ogni procedura clinica venga condotta secondo le migliori pratiche definite a livello internazionale dalle società scientifiche e che preveda il coinvolgimento di un’équipe medica simpatetica;

(viii) ogni pratica eutanasica preveda la revisione del caso ex post da parte di un organo di controllo indipendente.

Dopo quasi cinque anni, purtroppo, la politica non ha ancora deciso nulla su questo tema così importante e così vicino alla vita e alla sofferenza delle persone. Anzi, forse l’unica decisione che è stata presa è stata proprio quella di “non decidere”. D’altra parte, è da almeno 37 anni, e cioè da quanto nel 1984 fu presentata la prima proposta di legge di iniziativa popolare, che in Parlamento “non si trova mai il tempo” di discutere di diritti e fine vita.

Oggi questa situazione potrebbe cambiare in due modi. Il primo è il referendum a favore dell’eutanasia legale che l’Associazione Luca Coscioni sta promuovendo in questi giorni. I promotori hanno già raccolto le 500.000 mila firme previste per riuscire, previo parere della Corte Costituzionale, a “obbligare” la politica a indire un referendum in merito.

Il secondo modo è grazie alla proposta di legge parlamentare intitolata “Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, il cui testo può essere reperito qui.

Tra il referendum e la proposta di legge esistono alcune differenze rilevanti. In primis perché in Italia i referendum possono solo essere “abrogativi”. Pertanto, lo scopo del referendum per l’eutanasia legale è per ora solo quello di abrogare quegli articoli di legge che puniscono chi pratica l’eutanasia, anche se tale pratica avviene su esplicita, reiterata e libera richiesta di una persona malata che chiede solo di non soffrire più. In ogni caso, anche se passasse il referendum, sarebbe comunque necessaria una legge per normare con maggiore precisione la questione.

La proposta di legge, invece, è per sua natura già più articolata. Tuttavia, come hanno notato alcuni, in alcuni punti ha suscitato qualche perplessità. Per esempio, perché limita il ricorso all’eutanasia solo per chi è tenuto “in vita da trattamenti di sostegno vitale o dipendente da trattamenti farmacologici o dipendente totalmente dall’assistenza da terzi”. Secondo alcuni, questa dicitura escluderebbe i malati di tumori, i quali potrebbero non trovarsi in modo chiaro a rientrare in nessuna di queste fattispecie.

In ogni caso, la cosa importante da sapere per i cittadini oggi è che il tempo a disposizione sta per finire. Lo scenario peggiore è che la discussione venga di nuovo posticipata rimandando tutto alla prossima legislatura e “ai prossimi cinque anni”. Il problema è che le sofferenze dei malati non possono aspettare un tempo tanto lungo. In questi casi, “decidere di non decidere” non è un’opzione neutra, perché significa concretamente opporsi al riconoscimento di un diritto all’autodeterminazione delle persone in condizioni di grave sofferenza. Inoltre, occorre sottolinearlo, qui non si tratta di obbligare nessuno a scegliere l’eutanasia contro il suo consenso, ma solo di aggiungere delle libertà a chi, invece, preferirebbe autodeterminarsi in questo senso. Ecco perché, dunque, serve subito una legge anche nel nostro Paese sulla morte volontaria e mediamente assistita. Oggi più che mai, tocca a tutti i cittadini fare pressione affinché, finalmente, almeno si inizi a parlarne.



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