Perché è importante capire la «diversità» umana

Sei scienziati italiani e il «Manifesto» pubblicato su «Nature» per riaffermare il principio di eguaglianza

Perché è importante capire la «diversità» umana

Nature ha da poco pubblicato il «Manifesto della diversità e dell’unità umana» a firma di sei scienziati e intellettuali italiani: Giovanni Destro Bisol, Mariano Pavanello, Elena Gagliasso, Maria Enerica Danubio, Pietro Greco e Alessandra Magistrelli. Lo scopo del Manifesto è contrapporsi al «Manifesto per la razza» firmato nel 1938 da alcuni dei principali scienziati italiani di allora, riaffermando il valore morale del principio di eguaglianza e denunciando gli errori e i pericoli di vecchie e nuove forme di razzismo.

 

Il Manifesto si basa su quattro principi cardine. Primo, «la dignità e i diritti umani sono valori assoluti», perché riconoscere «a tutti la stessa dignità e gli stessi diritti è il principio fondante» su cui si basa ogni società democratica e liberale. Secondo, «la diversità umana è un valore e una ricchezza» in quanto, da un punto di vista biologico e storico-antropologico, è stata la vera «chiave del nostro successo evolutivo» come specie. Terzo, il «razzismo si combatte con i saperi dell’umanità», e cioè agendo a più livelli per diffondere ciò che la scienza ci dice rispetto all’origine e al valore della diversità umana a livello biologico, e per mettere al centro le persone - invece che categorie astratte come le razze o le etnie. Quarto, «gli italiani hanno la loro identità nella diversità», perché la storia del nostro Paese è sempre stata una storia di migrazioni, incroci e contaminazioni, tanto è vero che l’Italia ha oggi la «maggiore diversità genetica e linguistica» tra tutti gli altri Stati europei.


È poi interessante la scelta degli autori di realizzare e pubblicizzare il Manifesto in forma «ipertestuale», cioè attraverso un sito dedicato nel quale, accanto al testo principale, si trovano una serie di utili approfondimenti, dalla storia della parola «razza» fino alla risposta a domande come «Quanto differiscono, a livello della sequenza di Dna, due individui della nostra specie presi a caso?». Di solito, queste iniziative si devono sempre scontrare con la critica che non ha senso cercare di combattere il razzismo dimostrandone l’infondatezza scientifica, perché tanto si può essere razzisti anche indipendentemente da ciò che si crede che la dica la scienza.

 

Personalmente, queste critiche non mi hanno mai convinto per due motivi. Primo, ogni forma di razzismo prova sempre, più o meno esplicitamente, a giustificarsi anche a livello «biologico». Pertanto, è bene opporsi con forza a tutti questi tentativi illegittimi. Secondo, anche se è vero che si può essere «razzisti» solo sul piano antropologico-politico, è bene rimarcare che chi sceglie tali posizioni lo fa a dispetto della nostra storia evolutiva. Se oggi esiste e prospera solo una specie di esseri umani - i sapiens, cioè noi - lo si deve al fatto che all’interno dell’unità della nostra specie si trovano in costante rimescolamento una serie di diversità da cui dipende la nostra capacità di adattamento a diversi ambienti e, quindi, anche la nostra stessa sopravvivenza.


La scienza mostra quindi non solo che il razzismo è privo di fondamenti biologici, ma anche che è controproducente per la sopravvivenza di una specie adattabile e cooperativa come quella a cui tutti apparteniamo.



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