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Un ricercatore a caccia delle frodi

In "Cattivi scienziati" il biologo Enrico Bucci spiega cosa spinge a truccare i dati del proprio lavoro. Un comportamento che rischia di allontanare la società da uno uno dei fondamenti del nostro vivere odierno

Un ricercatore a caccia delle frodi

Il fronte degli scettici è in continua crescita e piuttosto eterogeneo. C’è chi dubita del comportamento dei politici come dei calciatori, alla luce delle ultime cronache. Ma c’è anche chi, con piena consapevolezza del mestiere, diffida degli scienziati. È possibile mettere in discussione l’operato di chi dovrebbe guidarci alla scoperta di ciò che ancora rimane sconosciuto della vita che ci circonda? Sì, perché le frodi possono riguardare anche la comunità scientifica. E in questo caso la delusione e il vuoto di rappresentanza risultano maggiori, visto che a “tradire” è chi - col proprio lavoro: fatto di ipotesi, esperimenti e dimostrazioni - dovrebbe permetterci di vivere più a lungo, in un ambiente meno inquinato, con delle opportunità diverse rispetto a quelle dei nostri genitori. Questo sono gli scienziati nell’immaginario collettivo. Ma alcuni di loro, per dirla con le parole di Enrico Bucci, possono essere anche “cattivi”.

“Cattivi scienziati” (Add editore) è il libro (prefazione della farmacologa e senatrice a vita Elena Cattaneo) che il biologo napoletano ha scritto per fare le pulci ai colleghi meno onesti che lavorano nei laboratori delle università e dei centri di ricerca. Sia chiaro: gli errori fanno parte della ricerca scientifica. Il problema è che in alcuni casi non sono commessi in buona fede né risultano la conseguenza di conoscenze imperfette. Ci sono scienziati che, in maniera fraudolenta, trasmettono un messaggio differente rispetto a quella che è la realtà osservata sul banco di lavoro. Diversi possono essere i fini di un simile comportamento: la notorietà, il ritorno economico, la conquista di una cattedra universitaria. Anche il sistema di avanzamento delle carriere dei ricercatori può spingerli a manomettere i dati. «Perché non pubblicare risultati interessanti può equivalere a morire, sul piano professionale», ricorda Bucci, attivo nel settore dell’analisi dei dati biomediciQualunque sia la “molla” che allontana i ricercatori dai binari dell’onestà, a chi dispone degli strumenti spetta il compito di «difendere il valore e la bellezza di uno strumento culturale, qual è la scienza, che non ha eguali e che rappresenta uno dei fondamenti del nostro vivere odierno».

Le frodi scientifiche, secondo Bucci, possono essere di tre tipi: falsificazione, fabbricazione e plagio dei dati. Ma quanto sono comuni questi comportamenti? Il tasso di imbroglio, a seconda delle riviste, oscilla tra il tre e il 17 per cento del totale annuo di pubblicazioni. E se quelle relative alla matematica e alla fisica sono difficilmente modificabili, più a rischio sono le ricerche in ambito medico (sopratutto in oncologia e immunologia): favorite da finanziamenti maggiori e accompagnate dalle maggiori aspettative della società. Secondo Bucci, «la perdita della credibilità degli scienziati presso l’opinione pubblica va assolutamente scongiurata». È per questo che la comunità scientifica ha sviluppato un «sistema immunitario» formato da una fronte sempre più numeroso di ricercatori che dedicano il proprio tempo all’identificazione di metodi utili alla scoperta delle manipolazioni, professionisti indipendenti che applicano questi metodi nell’analisi di ogni manoscritto candidato alla pubblicazione, comunicatori (con buona formazione scientifica) in grado di esporre con efficacia il pericolo contro o quanto meno arginato. «Senza etica, non può esserci scienza», ricorda Cattaneo nella prefazione. «Non esistono cattivi scienziati. Semplicemente costoro non sono scienziati». Impossibile darle torto.

Enrico Bucci

CATTIVI SCIENZIATI

Add Editore, 160 pagine, 14 euro


Fabio Di Todaro
@fabioditodaro



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