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Aborto clandestino: a pagare sono sempre le donne

Come mai a quasi 40 anni dalla legge 194 ancora ventimila donne ogni anno abortiscono affidandosi a mammane e medici spregiudicati?

Aborto clandestino: a pagare sono sempre le donne

Guida senza patente. Coltivazione di marijuana. Atti osceni. Abuso della credulità popolare. Ingiurie. Appropriazione di  oggetti smarriti. E aborto clandestino. Dal 6 febbraio scorso, per effetto del decreto di depenalizzazione che ha mirato a sfoltire il lavoro dei tribunali, non sono più reati, ma comportamenti illeciti che vengono colpiti da una multa.

Bene da una parte, male da un’altra. Trovare l’aborto clandestino sotto il cappello di questo decreto legislativo sembra quanto meno inadeguato, visto lo spessore di un dramma sociale sul quale prima di tutto bisognerebbe interrogarsi. Come mai – ed è certamente una stima per difetto – si fanno ventimila aborti clandestini all’anno? Come mai, a quasi quarant’anni dalla legge 194 del 1978 che rese l’interruzione di gravidanza legale e assistita in ospedale, ci sono tante donne che a rischio della vita continuano ad affidarsi alle mammane, ai praticoni e ai medici spregiudicati che arrotondano le entrate? Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha commentato positivamente un certo calo (-4,2 per cento all’anno) delle interruzioni di gravidanza, ma non sarà successo che queste si sono spostate dalle sale operatorie degli ospedali ai tavoli di cucina?

Intanto si alzano cortine fumogene con un decreto che per quanto riguarda le donne non depenalizza un bel nulla. Perché? Per la buona ragione che depenalizzate lo sono state da sempre. La legge 194, che comminava fino a tre anni di prigione agli esecutori dell’aborto clandestino, aveva risparmiato chi lo subiva, limitandosi a una sanzione amministrativa di 100mila lire, 51 euro. Ora, se l’aborto viene scoperto,  la multa va da 5mila a 10mila euro. Salatissima la sanzione, preoccupanti le conseguenze.

Pensate a una cinese clandestina operata con un ferro da calza,  pensate a una prostituta nigeriana che si è riempita la vagina di compresse abortive prescritte dal suo «protettore» e comperate on line. Stanno male, sanguinano, sono a rischio di morte. Ma l’ambulanza non viene chiamata, perché a fare da spauracchio c’è una multa impossibile. Si arrangiano, fino alla guarigione o a un’infezione mortale.

Chiudiamo la porta sulla galleria degli orrori e sulla solitudine disperata di un aborto clandestino, e ricapitoliamo. Siamo arrivati a un decreto che mischia una tragedia agli atti di micro delinquenza. Era questo lo spirito della legge che nel 1978 cercò di proteggere le donne? Ricordiamoci della battaglia civile che nel 1981 decretò la sconfitta di chi aveva lanciato il referendum abrogativo, ricordiamoci la conclusione – quasi un «consensus» - di un dibattito sociale accorato e responsabile: senza la legge, gli aborti si sarebbero fatti ugualmente. Si è scelto di salvare le donne.

Perché gli aborti clandestini? Chiediamoci se si sono attuati gli impegni presi dallo Stato con la legge 194. Si è fatta educazione sessuale? No, salvo iniziative sporadiche nelle scuole. Si è fatta informazione sui mezzi contraccettivi che permetterebbero di diminuire le gravidanze indesiderate? No. In Italia solo il 16 per cento delle donne usa i contraccettivi orali, preferendo l’incertissimo  coito interrotto e il preservativo. Si fa informazione sulla contraccezione di emergenza, come la pillola del giorno dopo e quella più recente dei cinque giorni dopo? No, anzi si mettono ostacoli. E sono conosciuti i nuovi mezzi chimici, come la pillola abortiva Ru-486? Per nulla, e solo il 10 per cento degli ospedali la usa, perché la legge italiana, unica in Europa, richiede un costoso ricovero di tre giorni. 

E chiediamoci infine  se gli ospedali non hanno colpe. Proprio dal Ministero della Salute sono venute le cifre ufficiali (dati 2012) dell’obiezione di coscienza, che la legge 194 consente  ai medici,  agli anestesisti  e  agli infermieri ai quali è consentito di rifiutarsi di praticare l’aborto. La media degli obiettori si aggira intorno al 70 per  cento, con Regioni dov’è ancora più alta: per esempio l’82 per cento della Campania e il 90 del Molise. Nell’annuale relazione ministeriale si sostiene che i non-obiettori bastano al fabbisogno, ma c’è ragione di dubitarne. Un esempio per tutti: all’ospedale Pertini di Roma i tre medici non obiettori eseguono 80 interruzioni volontarie di gravidanza al mese, cui vanno aggiunti gli aborti terapeutici. Un carico di lavoro pesante, e certo per nulla gratificante. Problema di difficile soluzione, stretti entro i limiti di un’obiezione insuperabile, anche se per caso è strumentale.

Ricordo una notizia di qualche anno fa. Un manager ospedaliero, che aveva il problema di organizzare le interruzioni di gravidanza, aveva aperto un concorso richiedendo ai candidati il requisito di non essere obiettori di coscienza. Apriti cielo! Il concorso fu invalidato per «discriminazione», e il tentativo fallì.

Così, circa il 20 per cento delle donne, con in mano il certificato per effettuare l’interruzione di gravidanza entro i 90 giorni consentiti, sono costrette ad aspettare più di tre settimane. Mi chiedo con quale animo e con quante lacrime. 

Umberto Veronesi



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