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Diritto alla vita e legge del profitto

Anch’io  penso, come il presidente di Medici senza Frontiere, che la sentenza della Corte Suprema dell’India rappresenti una vittoria storica per la salute di milioni di malati. Penso che in questa come in analoghe vicende la parte di un medico debba sempre essere accanto al letto del malato, in sua difesa, perché un malato è sempre una persona fragile, sola, che guarda al medico a cui ha affidato tutto il suo essere, come l’unica persona che possa aiutarlo.

Diritto alla vita e legge del profitto

Anch’io  penso, come il presidente di Medici senza Frontiere, che la sentenza della Corte Suprema dell’India rappresenti una vittoria storica per la salute di milioni di malati. Penso che in questa come in analoghe vicende la parte di un medico debba sempre essere accanto al letto del malato, in sua difesa, perché un malato è sempre una persona fragile, sola, che guarda al medico a cui ha affidato tutto il suo essere, come l’unica persona che possa aiutarlo.

Come molti già sanno in India, un farmaco antitumorale coperto da un brevetto industriale e quindi non imitabile, è stato invece copiato e venduto a un prezzo molto inferiore rispetto a quello  originale e la causa farmaceutica, che ne possiede il brevetto e aveva  fatto causa per difendere il prodotto di sua invenzione, si è vista rifiutare il ricorso dalla Corte Suprema. In Europa un trattamento a base di questo farmaco antitumorale costa mediamente sui 5 mila euro, in India, grazie a questa sentenza, ne costerà circa 300. I giudici indiani hanno motivato la loro decisione sostenendo che un farmaco per godere del diritto della brevettabilità, e quindi della tutela della proprietà intellettuale, deve essere innovativo e non come nel caso specifico basato su una molecola già nota e usata da diversi anni. Io ritengo giusto che un’azienda farmaceutica goda il diritto di sfruttamento commerciale del brevetto di un farmaco per un periodo congruo (in Europa il periodo valido è di 20 anni), che permetta un ritorno finanziario sufficiente a raggiungere un guadagno che la ripaghi degli enormi investimenti che la ricerca farmacologica richiede.

Come spesso mi è capitato di ripetere la ricerca medica ha un costo elevato, soprattutto quella che dai laboratori arrivi al letto del malato con il farmaco “salvavita”. Di cento molecole che i ricercatori hanno creato e che possono diventare un medicinale commerciabile neppure una decina arriva alla cosiddetta fase 3 della sperimentazione e quindi utilizzabile  nella prassi clinica. Gli anni spesi per superare le diverse fasi della ricerca possono arrivare a superare un quarto di secolo e la somma investita per una molecola efficace superare i 20 milioni di euro. E trovo quindi legittimo che chi investe tanto tempo e danaro e scienziati abbia diritto a un guadagno certo e tale da permettere di investirne parte in ricerche di nuove molecole.

Ma ritengo poco etico che il diritto di un brevetto sia illimitato e che si estenda tale diritto a farmaci che non sono innovativi. E’ giusto che un farmaco sfruttato per venti anni possa essere prodotto a prezzi meno onerosi (sono questi i cosiddetti “farmaci generici”). La disponibilità di farmaci a basso costo diventa una necessità fondamentale in tanti paesi in via di sviluppo, in Africa e in Asia, dove la malaria, l’Aids, il cancro fanno strage di malati, spesso bambini, perché il costo dei medicinali è inavvicinabile per quelle economie.

Quando il diritto alla sopravvivenza non viene rispettato anche la legge del profitto deve essere riformata.

Umberto Veronesi



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