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In Italia vige ancora la pena di morte

A sette anni dall’entrata in vigore della legge 40, che introduce tanti divieti per le coppie che vorrebbero ricorrere alla fecondazione assistita, ecco un altro caso che emerge dal dolore privato per diventare rivendicazione di un diritto negato. Un uomo e una donna, entrambi portatori del gene della fibrosi cistica, si sono rivolti a Strasburgo, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché gli venga consentita la fecondazione assistita, e poi l’impianto in utero di un embrione non affetto dalla malattia. Il rischio, con un concepimento naturale, è del venticinque per cento, vale a dire che c’è una possibilità su 4 che nasca un bimbo malato. Secondo me, è un azzardo terribile che non si può imporre a nessuno, è giocarsi la vita di un innocente alla roulette russa.

In Italia vige ancora la pena di morte

A sette anni dall’entrata in vigore della legge 40, che introduce tanti divieti per le coppie che vorrebbero ricorrere alla fecondazione assistita, ecco un altro caso che emerge dal dolore privato per diventare rivendicazione di un diritto negato. Un uomo e una donna, entrambi portatori del gene della fibrosi cistica, si sono rivolti a Strasburgo, alla Corte europea dei diritti dell’uomo, perché gli venga consentita la fecondazione assistita, e poi l’impianto in utero di un embrione non affetto dalla malattia. Il rischio, con un concepimento naturale, è del venticinque per cento, vale a dire che c’è una possibilità su 4 che nasca un bimbo malato. Secondo me, è un azzardo terribile che non si può imporre a nessuno, è giocarsi la vita di un innocente alla roulette russa.

Purtroppo in Italia la legge 40 riserva la fecondazione in vitro soltanto alle coppie sterili o a quelle in cui il partner maschile abbia una malattia sessualmente trasmissibile, come l’Aids. E vieta espressamente la selezione degli embrioni. Ecco così che viene reso inutile uno dei grandi progressi della scienza di questi anni, e viene sbarrata la strada alla più umana delle speranze. Ma non è detta l’ultima parola. Già nel 2010 il giudice civile di Salerno aveva autorizzato la selezione degli embrioni per una coppia che rischiava di avere un bimbo con una malattia incurabile, e ora il ricorso europeo riapre la discussione.

I coniugi hanno sostenuto che la legge 40 viola il loro diritto alla vita privata e familiare, e quello di non essere discriminati rispetto ad altre coppie: diritti sanciti dagli articoli 8 e 14 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha accolto il ricorso e ha accettato di esaminarlo, e intanto ha sottolineato come la legislazione italiana sia dissonante dal resto dei Paesi europei, che a larghissima maggioranza consentono la fertilizzazione in vitro e lo screening embrionale alle coppie che rischiano di avere un figlio con una grave malattia genetica. La selezione pre-impianto è una straordinaria opportunità di vita, un avanzamento di civiltà. A me, che insieme con tanti altri mi sono battuto per il referendum abrogativo purtroppo mandato a vuoto, mi sembra illogico e crudele vietarla.

Il Premio Nobel Renato Dulbecco ha ammonito, a ragione, che in questi casi di coppie portatrici di malattie genetiche, il concepimento naturale può essere come una condanna a morte per l’esserino che nasce, e che vivrà una vita breve e penosa, tribolata da tutta una serie di malattie. Non si tratta dell’eugenetica razzista di nefanda memoria, ma della “intelligenza d’amore” di una scienza a favore dell’uomo: non è giusto dare la vita per creare dolore. In fondo è come se in Italia vigesse ancora la pena di morte.

Umberto Veronesi



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