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La carezza che guarisce

E’ rimasto nei miei ricordi un ragazzo ritardato che aveva come gesto spontaneo quello di prendere la mano dell’interlocutore e tenerla a lungo tra le sue. Era un gesto inaspettato, e immancabilmente creava imbarazzo. Il padre del ragazzo, gentilmente, lo ammoniva: «Adesso basta, dài. Lasciagli la  mano.» Io gli lasciavo tenere la mia mano quanto voleva, e intanto guardandolo in volto vedevo che era contento. Aveva cercato un «ponte», e io glielo davo.

La carezza che guarisce

E’ rimasto nei miei ricordi un ragazzo ritardato che aveva come gesto spontaneo quello di prendere la mano dell’interlocutore e tenerla a lungo tra le sue. Era un gesto inaspettato, e immancabilmente creava imbarazzo. Il padre del ragazzo, gentilmente, lo ammoniva: «Adesso basta, dài. Lasciagli la  mano.» Io gli lasciavo tenere la mia mano quanto voleva, e intanto guardandolo in volto vedevo che era contento. Aveva cercato un «ponte», e io glielo davo.

Mi sono spesso ricordato di quel ragazzo, e mi ha aiutato nel mio lavoro di medico. Le parole servono, ma esiste un linguaggio non verbale che può e deve caratterizzare la comunicazione tra medico e paziente. L’empatia, che è la partecipazione del medico alla vicenda di malattia del suo paziente, porta con sé anche la capacità di stringere una mano o di fare una carezza. Più incoraggianti delle parole, spesso sono i gesti di affetto e di vicinanza a dare fiducia al malato e a restituirgli la capacità di lottare. La progressiva solitudine della persona malata, ho imparato nel tempo, è uno degli aspetti più crudeli delle grandi malattie. Non è facile per il medico penetrare oltre questa barriera di solitudine eretta dalla malattia giorno dopo giorno, ma ci può riuscire se pensa che il paziente sta aspettando di essere riconosciuto come persona.

L’ospedale e la malattia spersonalizzano, il medico può restituire al paziente la sua individualità.  Nel rapporto tra medico e paziente c’è un patto tacito che si basa sulla fiducia, ed è proprio la fiducia la condizione preliminare indispensabile per un incontro aperto e pienamente umano. Il medico si può rapportare con il paziente per mezzo di domande «chiuse», che richiedono generalmente come risposta un sì o un no, oppure di domande «aperte» che incoraggiano il malato a parlare. Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è quello di parlare,  e l’esperienza ci insegna che l’uomo vuole parlare di sé. Ne consegue che se il medico vuole conoscere il suo paziente (e quindi curarlo meglio) deve lasciarlo parlare di sé. E’ impegnativo, ma non è una perdita di tempo, come qualcuno potrebbe pensare. Nel lavoro di medico, che dopo gli  anni di studio ci mette di fronte ad uomini e donne che si fideranno di noi, non possiamo portare solo la preparazione scientifica e la competenza professionale. Possiamo dire molte parole, ma solo con l’intelligenza del cuore si può creare il dialogo.

 Umberto Veronesi



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