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Le colpe della medicina nella lotta all'amianto

A Torino è in corso il processo contro i proprietari della “fabbrica dell’amianto” e la giustizia civile chiede condanne severe contro i colpevoli. A Casale Monferrato, esisteva la più grande industria di asbesto, che produceva materiale edilizio, e che ha causato in buona parte dell’Italia, una elevatissima frequenza di malattia, per cui oggi le vittime e i parenti delle vittime chiedono un giusto risarcimento. Eppure è da anni che l’amianto sta portando a galla i suoi effetti perversi.

Le colpe della medicina nella lotta all'amianto

A Torino è in corso il processo contro i proprietari della “fabbrica dell’amianto” e la giustizia civile chiede condanne severe contro i colpevoli. A Casale Monferrato, esisteva la più grande industria di asbesto, che produceva materiale edilizio, e che ha causato in buona parte dell’Italia, una elevatissima frequenza di malattia, per cui oggi le vittime e i parenti delle vittime chiedono un giusto risarcimento. Eppure è da anni che l’amianto sta portando a galla i suoi effetti perversi.

Tra i primi ad accumulare indizi contro l’amianto fu la Clinica del Lavoro “Luigi Devoto” di Milano la quale, ormai cent’anni fa, cominciò ad osservare i lavoratori colpiti da asbestosi (la malattia polmonare provocata dall’inalazione delle polveri di amianto) per aver estratto, lavorato o rimosso questo minerale. Ma non si comprese subito che la malattia non colpiva solo i minatori, ma anche tutti coloro che lavoravano l’amianto.

E come per altre sostanze cancerogene anche per l’amianto c’è stato un analogo ritardo, veramente imperdonabile. La nocività dell’amianto era nota alla Medicina sin dall’inizio del secolo, ma si è dovuti arrivare al 1965 perché la comunità scientifica internazionale confermasse definitivamente l’esistenza di effetti cancerogeni, e solo dal 1991 la Comunità Europea vietò l’impiego di vari tipi di amianto e la sua messa al bando. Dal marzo 1993, questo materiale è fuori legge in ogni forma, nel nostro Paese.

Com’è intuibile, la cessazione dell’impiego non significa affatto che l’amianto sia scomparso. Anzi. Edifici pubblici e privati, compresi scuole e ospedali, sono spesso letteralmente imbottiti di amianto. La bonifica dell’asbesto è costosissima, laboriosa e complessa. In alcuni casi si tratta di raschiare questa sostanza dove è stata applicata. In parecchi casi si è preferito abbattere del tutto la costruzione, e gli operai addetti a queste demolizioni sono i più esposti al rischio di tumore. Il materiale non è pericoloso finché è ricoperto di spessi strati di altri materiali, ma le ristrutturazioni continuano a rivelare manufatti di amianto che devono essere smantellati, oppure sigillati.

E’ un problema ancora parzialmente insoluto, e occorreranno ancora molti anni. Il discorso, purtroppo, non si ferma qui. Ci sono da aspettarsi gli effetti “a scoppio ritardato” del grande impiego di amianto fatto per tanti decenni. La malattia ha un’incubazione lunga. Dal momento dell’esposizione al momento della comparsa del tumore possono passare dai 15 ai 30 anni, e questa è la ragione per cui continuiamo ad osservare un aumento dei casi di mesotelioma, il tumore polmonare specifico. Così, le misure adottate per evitare questo rischio sono state ritardate, nonostante che le osservazioni sul rischio amianto risalgano, come ho spiegato, a più di cinquant’anni fa.

Un allarme più tempestivo avrebbe potuto salvare molte vite, ma non è stato così.

Umberto Veronesi



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