L’uomo che porta il soccorso

Mi sono chiesto a volte: l’organizzazione non è il metodo fornitoci dalla ragione per incidere sulla realtà? Perché la ragione ci fa individuare i problemi, e l’organizzazione ci offre delle soluzioni per risolverli. Quindi, non esito a dire che ho il “pallino” dell’organizzazione. Quando con l’architetto Renzo Piano progettavamo insieme un nuovo modello di ospedale, la domanda che continuavamo a farci era se la tale o talaltra realizzazione architettonica era funzionale a una organizzazione in cui erano compresi molti obiettivi. Ne voglio citare qui soltanto due: risparmiare agli addetti fatiche inutili e spreco di tempo, e rendere l’ospedale una casa confortevole per il paziente.

L’uomo che porta il soccorso

Mi sono chiesto a volte: l’organizzazione non è il metodo fornitoci dalla ragione per incidere sulla realtà? Perché la ragione ci fa individuare i problemi, e l’organizzazione ci offre delle soluzioni per risolverli. Quindi, non esito a dire che ho il “pallino” dell’organizzazione. Quando con l’architetto Renzo Piano progettavamo insieme un nuovo modello di ospedale, la domanda che continuavamo a farci era se la tale o talaltra realizzazione architettonica era funzionale a una organizzazione in cui erano compresi molti obiettivi. Ne voglio citare qui soltanto due: risparmiare agli addetti fatiche inutili e spreco di tempo, e rendere l’ospedale una casa confortevole per il paziente.

Per razionalizzare i costi, l’ospedale-modello cui avevamo pensato era in realtà una coppia di due ospedali: uno ad alta intensità di cure (con laboratori, sale operatorie, rianimazione, eccetera)  l‘altro a bassa intensità di cure, dedicato alla convalescenza e alla riabilitazione, ma sempre di alta qualità, e monitorato strettamente. I costi del secondo ospedale, distante dal primo poche decine di metri, erano sensibilmente inferiori, ma non si trattava di un risparmio a rischio, perché all’occorrenza erano a portata di mano tutti i servizi superspecialistici del primo ospedale. 

Da quando ho vissuto l’esaltante esperienza di progettare un ospedale in base ad obiettivi di organizzazione, seguo con grande interesse il processo di ammodernamento della  sanità, i nuovi modelli organizzativi che vengono proposti, e gli uomini che si battono su questa trincea.  Uomini che mi sono congeniali, uomini con cui sarei contento di ragionare per ore. Sì, uomini con il “pallino” dell’organizzazione.

Uno di essi è Alberto Zoli, direttore generale dell’Areu, l’azienda regionale lombarda dell’emergenza-urgenza. Zoli, 58 anni, è un romagnolo di Forlì. E’ medico, e ha dietro di sé una lunga esperienza di direzione sanitaria in grandi ospedali, come il Niguarda di Milano. Ha organizzato con tenacia una macchina complessa com’è l’ospedale, e dal 2008 ha preso in mano la macchina ancora più complessa dei soccorsi sul territorio. L’Areu è nata con lui, e lui ha accettato la sfida di essere alla guida di una macchina alla quale, per 24 ore al giorno, si chiede di arrivare nel più breve tempo possibile (e con la miglior competenza possibile) a salvare persone in pericolo di vita. Infartuati e colpiti da ictus per i quali fa la differenza essere trattati entro un’ora al massimo; feriti gravissimi che vanno operati subito; intossicati da ossido di carbonio che vanno inviati in camera iperbarica. Eccetera. Insomma, tutta la serie degli incidenti per i quali sentiamo le sirene delle ambulanze aggiungere una nota di angoscia (ma anche di speranza) al traffico delle città.

La Lombardia, che con i suoi dieci milioni di abitanti è paragonabile come popolazione alla Svezia, aveva già 12 centrali operative  del 118, una per provincia. Ora sono diventate 7, e fanno tutte capo all’Areu. Così come dipendono dall’Areu la rete delle ambulanze, l’approvvigionamento del sangue per le trasfusioni, il trasporto di organi e tessuti per i trapianti. L’intera organizzazione si basa su tecnologie avanzatissime. Per esempio, l’operatore seduto alla consolle di una qualsiasi delle centrali operative è in grado di intervenire su tutti gli eventi all’interno del territorio regionale. L’infrastruttura tecnologica consente, in caso di necessità, di condividere le informazioni tra le centrali, grazie a un sistema di archiviazione centralizzata. In pratica, in caso di “crash” di una sala operativa, essa non resterà isolata, come accadde a Monza il 16 novembre 1998, quando per un incendio la Centrale andò in tilt per oltre due ore.

Le ambulanze sono un altro esempio di organizzazione tecnologica: i terminali di bordo sono integrati completamente con i sistemi di comunicazione radio e di telefonia cellulare. Non solo possono trasmettere a un ospedale elettrocardiogramma ed altri dati della persona soccorsa, ma in qualunque momento sono rintracciabili in tempo reale dagli operatori di centrale, che le dirigono agli ospedali più idonei. E incomincia ad affacciarsi, proprio grazie ai soccorsi d’urgenza, l’immagine di una città cablata e interattiva: in alcune zone della città di Milano i semafori diventano magicamente verdi al passaggio dell’ambulanza che corre con la sirena accesa per un’emergenza grave.

Tutto questo grazie all’integrazione tra i terminali di bordo, i sistemi di centrale operativa e i sistemi di gestione della rete semaforica intelligente. Il sistema riesce a valutare, sulla base del percorso dell’ambulanza rilevato in tempo reale, il suo tragitto futuro,  e quindi a comandare la commutazione dei semafori così da creare “un’onda verde” per il mezzo di soccorso.

Adesso, anche in vista dell’Expo 2015 che porterà a Milano gente da tutto il mondo, la nuova sfida organizzativa  per l’Areu e per Zoli è l’attuazione in tutta la Lombardia del numero unico 112. Già attivato in Europa, sarà per i cittadini il numero di riferimento per tutte le emergenze, da quelle  sanitarie a  quelle che chiamano sul posto le forze dell’ordine o i vigili del fuoco. E anche questo è un prodigio organizzativo.

Umberto Veronesi



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