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Ma anche loro cantano “fratelli d’Italia”

Tempo fa, attraversando i giardini pubblici di Milano, ora intitolati a Indro Montanelli, mi sono imbattuto in una mamma africana che parlava italiano con i suoi due bambini. Era un italiano quasi perfetto, e perfettissimo, anzi con un certo accento milanese, era l’italiano con cui i due bimbi rispondevano.  Alcuni amici mi assicurano che non è un’eccezione: molti immigrati parlano italiano con i figli, “perché questa ormai è la loro patria”, spiegano.

Ma anche loro cantano “fratelli d’Italia”

Tempo fa, attraversando i giardini pubblici di Milano, ora intitolati a Indro Montanelli, mi sono imbattuto in una mamma africana che parlava italiano con i suoi due bambini. Era un italiano quasi perfetto, e perfettissimo, anzi con un certo accento milanese, era l’italiano con cui i due bimbi rispondevano.  Alcuni amici mi assicurano che non è un’eccezione: molti immigrati parlano italiano con i figli, “perché questa ormai è la loro patria”, spiegano.

Per la legge però le cose non stanno così, e sarei pronto a scommettere che nella piccola  casa di quella mamma africana il cassetto del comò è ingombro di quelle carte burocratiche che periodicamente portano gli immigrati nelle lunghe file davanti alla questura, alla prefettura, alla Asl, all’Inps. La loro vita da noi è tutto un percorso ad ostacoli, e devono sviluppare un’attenzione spasmodica per ogni particolare, a rischio di perdere il diritto di soggiorno e di doversene tornare al loro paese di origine, coi loro bimbi che parlano italiano e che a scuola cantano l’Inno di Mameli.

Ma perché  non possono essere cittadini italiani, se sono nati in Italia? Se l’è chiesto anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha detto:  “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare la questione della cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati. Negarla è un’autentica follìa. I bambini hanno questa aspirazione.”

Al diritto di essere riconosciuti cittadini del Paese dove si nasce (jus soli) si contrappone lo jus sanguinis, che attribuisce ai figli la nazionalità dei genitori. E’ il regime giuridico vigente in Italia, e io lo giudico miope e ingiusto. Sono molto d’accordo con Sergio Romano, ex ambasciatore e persona pacata e di buonsenso. Ha scritto sul Corriere della Sera: «Preferisco il diritto del suolo, perché non credo che certe materie, come quella della cittadinanza, debbano essere regolate da un fantomatico “diritto del sangue”. Non mi piacciono i nazionalismi, e in particolare quelli “biologici”, frutto di teorie perniciose e screditate. Credo che un bambino nato in Italia da stranieri residenti sia potenzialmente un cittadino italiano. Il maggiore problema italiano, comunque, non è quello dei bambini, ma dei loro genitori. Le leggi e le procedure che regolano la concessione della cittadinanza agli stranieri sono ancora troppo avare e macchinose.” La stessa cosa afferma Stefano Rodotà, per il quale  lo jus soli  è segno di civiltà: “L’Italia ha bisogno di una nuova legge sulla cittadinanza, senza pregiudizi!”

Lo penso anch’io, e ritengo funesta l’idea del referendum proposto da Grillo. Un referendum a rischio di un prevalere di pregiudizi e paure, che sarebbe arduo definire come volontà popolare.

Umberto Veronesi



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