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A proposito di Daniel, il bambino filippino

Tutti abbiamo visto la sua foto mentre fa i compiti alla luce di un lampione. Quanti sono i piccoli Daniel italiani, che però si sono arresi?

A proposito di Daniel, il bambino filippino

Tutti hanno visto la fotografia e letto la storia di Daniel, il bambino filippino che faceva i compiti alla luce di un lampione. Una storia a lieto fine, perché ora le autorità daranno una casa alla mamma di Daniel, e da tutto il mondo sono arrivate borse di studio che gli permetteranno di studiare fino all’università. Vengono in mente tante storie dell’Italia di ieri, con i bambini che facevano chilometri a piedi per andare e tornare da scuola, e d’inverno la mamma gli dava un cartoccetto con un paio di patate lesse bollenti, da mettere in tasca per un po’ di caldo durante la strada, e da mangiare prima di entrare a scuola.

Sono piccole storie che si prestano agli esercizi retorici, quelli che terminano con l’immancabile frase rivolta ai nostri figli e nipoti: “Vedete come siete fortunati, voi che non dovete studiare alla luce di un lampione e non dovete macinarvi i chilometri a piedi per andare a scuola?”  A parte la probabile inutilità di questi appelli, facciamo bene a ricordargli che lo studio è un privilegio.  Ma “privilegio” non è un’opportunità data soltanto a pochi? Qui bisogna chiarirsi le idee, e informarsi bene.

Teoricamente, in un Paese moderno e democratico  come il nostro, l’esistenza della scuola dell’obbligo e il diritto allo studio  sono un patrimonio inalienabile  di cui ci riteniamo sicuri. E invece c’è la brutta sorpresa, e basta un’occhiata alla voce “analfabetismo” su Wikipedia  per scoprire che secondo il censimento del 2001 ci sono in Italia quasi un milione di analfabeti, e che l’11 per cento della popolazione è priva di un titolo di studio, vale a dire che non ha nemmeno finito la scuola elementare. Secondo il linguista Tullio De Mauro, soltanto il 20 per cento ha un’istruzione di “base” (lettura, scrittura, calcolo) sufficiente per potersela cavare nella società contemporanea

Se pensiamo che nel 1861, appena realizzata l’unità d’Italia, erano analfabeti il 78 per cento degli italiani (con punte del 90 per cento in Sardegna e in Calabria), dobbiamo pur dire che è stata fatta molta strada, ma è stato per così dire un progresso fisiologico, che è avvenuto in tutti i Paesi sviluppati, tanto che sarebbe colpevole e inaccettabile il contrario. Ma è anche inaccettabile che in Italia, in coda della classifica tra le nazioni europee, ci siano migliaia e migliaia di ragazzini che non vanno a scuola, o ci vanno tanto saltuariamente che imparano poco o nulla. Sono i fratellini di Daniel, ma al contrario del piccolo filippino si sono già arresi. Figli della povertà d’inumane periferie, figli delle famiglie precarie e sfasciate, a loro va l’augurio di amarissima ironia del titolo di un libro scritto anni fa da un maestro elementare: “Io speriamo che me la cavo”.



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