Se la povertà diventa un rischio per la salute

Fateci caso, se vi trovate all’ora in cui si sta sbaraccando uno dei tanti mercati rionali all’aperto. Gli ambulanti se ne sono andati, restano cataste di cassette con qualche scarto sul fondo, che tra poco i netturbini rimuoveranno. Tra di esse si aggirano uomini e donne con un sacchetto al braccio. Si chinano, afferrano una mela un po’ marcia, una carota frantumata,  un mazzetto di prezzemolo appassito. Così si procurano un pasto. Sono gli stessi che aspettano fiduciosi davanti alle uscite di servizio dei ristoranti, dove con un po’ di fortuna  possono prendere al volo, prima che il personale li getti nei bidoni,  i cibi più vari: pizze non consumate, raggrumate dal freddo; avanzi di pollame cotto o crudo; panini che si vanno seccando.

Se la povertà diventa un rischio per la salute

Fateci caso, se vi trovate all’ora in cui si sta sbaraccando uno dei tanti mercati rionali all’aperto. Gli ambulanti se ne sono andati, restano cataste di cassette con qualche scarto sul fondo, che tra poco i netturbini rimuoveranno. Tra di esse si aggirano uomini e donne con un sacchetto al braccio. Si chinano, afferrano una mela un po’ marcia, una carota frantumata,  un mazzetto di prezzemolo appassito. Così si procurano un pasto. Sono gli stessi che aspettano fiduciosi davanti alle uscite di servizio dei ristoranti, dove con un po’ di fortuna  possono prendere al volo, prima che il personale li getti nei bidoni,  i cibi più vari: pizze non consumate, raggrumate dal freddo; avanzi di pollame cotto o crudo; panini che si vanno seccando.

Sono tutti tristemente esperti di una geografia nascosta delle città, dove la solitudine taglia il respiro e in cui brillano a conforto solo le mense gratuite organizzate dalla solidarietà. Questi uomini e donne non sono per forza dei mendicanti, o degli extracomunitari senza lavoro, o dei senzatetto. Sempre più spesso sono normali cittadini che non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese. Anziani, ma anche giovani coppie col bambino. Sono gli italiani poveri.

Secondo l’ultimo  rapporto dell’Istat, l’Istituto centrale di statistica, sono oltre l’11 per cento delle famiglie, e vivono sulla soglia dell’indigenza. Sarebbe retorico chiedersi com’è la loro salute. E’ più che immaginabile che non sia buona, e sicuramente queste persone sono infinitamente più fragili ed esposte del resto della popolazione, quella che non ha problemi a comperare di tasca propria uno sciroppo per la tosse che non viene “passato” dal Servizio sanitario, o che può permettersi di mettere mano al portafoglio quando in ospedale si presenta l’indegno dilemma di aspettare per mesi una visita o un esame diagnostico, oppure pagare sulla linea “privata”  per ottenerli in tempi utili e ragionevoli.

I tagli già effettuati, che sottraggono risorse e personale alla Sanità, colpiscono in primo luogo proprio loro, e un’eventuale privatizzazione del sistema sanitario li vedrebbe come vittime principali. Nell’eurozona, l’Italia è il Paese più a rischio di povertà dopo la Grecia, e la povertà è a sua volta un grave fattore di rischio per la salute. L’ha capito in America il presidente Obama, in Italia l’ha perfettamente compreso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che davanti a un ipotetico fallimento della Sanità ha alzato la voce e ha parlato chiaro: se le risorse scarseggiano, si deve cambiare registro: vanno protetti e garantiti i poveri e i cittadini con un reddito modesto, e bisogna far pagare i ricchi. Non è né  comunismo né populismo, è una sacrosanta preoccupazione: un deficit di diritto alle cure  è un deficit di democrazia.

Umberto Veronesi



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