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Tra ottimismo di comodo e pessimismo di maniera

Non è un mondo perfetto ma stiamo davvero così male? Diamo un’occhiata ai "bei tempi andati"

Tra ottimismo di comodo e pessimismo di maniera

«Le magnifiche sorti e progressive»: con questa ironica  espressione, Giacomo Leopardi ci metterà in guardia per sempre contro chi, con comodo ottimismo, vuole per forza raccontarci il mondo come il migliore dei mondi possibili. Io non sono per l’ottimismo comodo (che è sostanzialmente la difesa dello status quo, con il perpetuarsi di tutte le disuguaglianze e ingiustizie), però vorrei fare alcune riflessioni sul pessimismo che sembra pervadere tutta la società. Se ci fate caso, anche nelle conversazioni da bar, predomina un tono lamentoso e quasi puerile, e l’elenco delle doglianze continua ad allungarsi: non c’è lavoro, lavorare è sempre più difficile e più complicato, il merito viene ignorato, le tasse ci strangolano, i servizi pubblici sono più che zoppicanti, farsi curare  è un terno al lotto, l’inquinamento ambientale è una cambiale che sta per scadere, i giovani sono ignoranti e senza speranze, la droga dilaga, dilagano gli extracomunitari clandestini, la corruzione ha pervaso tutta la società, aumentano i reati, ogni giorno inspiegabili raptus portano al massacro di donne e bambini, non c’è più rispetto per nessuno.

E la globalizzazione? E’ una nuvola nera sospesa sulle teste di tutti, e almeno una cosa (senza aspettare che ce la spieghino i professori della Bocconi) l’hanno capita in molti: è un esercizio retorico parlare di patrie e di nazioni. I nuovi Stati sono le multinazionali, e le possibilità di vita dipendono solo  dai movimenti finanziari internazionali: oggi sei al lavoro, domani la tua ditta viene  «delocalizzata» (cioè chiusa e spostata all’estero), e tu, diventi «flessibile», cioè licenziato. Con la tua famiglia, resti senza mezzi per vivere. Questa è la difficile realtà, che condivide la rimozione con cui trattiamo la morte: nessuno la capisce, finché non tocca a noi. In accordo con Leopardi, non ci possiamo permettere di essere ottimisti.

A questo punto però s’impone una domanda: l’umanità e la società attuali stanno davvero così male? Stavamo meglio all’epoca dei nostri nonni e bisnonni, dei nostri avi?  Se è vero che la «Storia è maestra di vita» dare un’occhiata alle condizioni della società com’era negli ultimi tre-quattro secoli ci mette davanti a realtà sgradevoli e ignorate dai più.  Troviamo in tutta l’Europa un mondo di senza-diritti. Comandavano in pochi, i più obbedivano con il cappello in mano. I proprietari e i latifondisti avevano potestà quasi assoluta.

La Rivoluzione Francese fu la svolta, ma avvantaggiò solo alcuni ceti. I contadini rimasero poverissimi e sottoposti, se non addirittura schiavi. La servitù della gleba fu abolita in Europa solo verso la metà dell’Ottocento, in Russia dieci anni più tardi, e durò in varie forme fino alla Rivoluzione d’Ottobre.  Se ci si scontrava con il padrone, si poteva essere prelevati per una leva militare che durava anni, per sposarsi si doveva chiedere il permesso del padrone, che poteva negarlo. Rileggere oggi Turgenev, Gogol, Tolstoi, ci parla di un mondo impensabile per la mentalità di oggi, dove ci s’inchinava e si baciava la mano ai signori.

Vogliamo parlare di delitti? All’epoca della Serenissima Repubblica di Venezia, ogni mattina affioravano dal Canal Grande due o tre morti ammazzati. Succedesse ora, e in una città relativamente piccola, si scatenerebbero gli inviati della stampa mondiale. E anche nell’Ottocento si ammazzavano e si facevano a pezzi i genitori, come apprende dal giornale Raskolnikov in «Delitto e castigo» di Dostoevskij.

Vogliamo parlare di lavoro? I giovani andavano a lavorare gratis sotto il padrone artigiano, anzi a volte la famiglia doveva pagare questo apprendistato. Nell’Ottocento gli impiegati tremavano, era cosa di un momento essere destituiti senza spiegazioni, o trasferiti in Maremma o in Sardegna a prendersi le febbri. Vogliamo parlare di diritti politici? Fino alle riforme costituzionaliste, non si votava, gli staterelli italiani erano soggiogati a sovrani assoluti. Quando s’introdusse il suffragio elettorale, lo si limitò a chi aveva un certo censo. Altre disgrazie? La storia d’Europa è stata una storia di guerre continue. La peste, le carestie e la Guerra dei Trent’anni dimezzarono la popolazione europea. I campi erano abbandonati per mancanza di braccia, la fame spingeva verso le città, dove pitocchi e delinquenti  assaltavano i passanti notturni. La burocrazia era un flagello anche due-trecento anni fa, ma non si potevano rivendicare diritti, si potevano solo indirizzare suppliche. Fino a un’età relativamente moderna, si spariva senza processo nelle prigioni, la tortura era una pratica normale.

Vogliamo parlare della «bella Italia», che tanto piacque a Goethe, Shelley, Byron? Era bellissima davvero, ma sulle coste si moriva di malaria, il tifo e il colera infuriavano,  la maggior parte della popolazione era misera, non c’erano assistenza sanitaria, pensione o forme di previdenza, e se il capofamiglia moriva, la famiglia evaporava con lui, per tisi o per povertà. Fino all’Ottocento, le strade erano quasi tutte sterrate,  in città i passanti dovevano guardarsi dai lanci di deiezioni umane dalle finestre. L’acqua corrente e la luce (prima a gas, poi elettrica) arrivarono agli albori della nostra epoca.

Le campagne erano rimaste indietro di secoli. Era il 1877 quando il Governo Depretis promosse una «Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola in Italia, affidandola a Stefano Jacini. Per cinque anni, fino al 1882, ispettori ministeriali batterono le campagne, facendo anche fotografie. La «Inchiesta Jacini», pur tra errori metodologici e una mal riposta fiducia in rimedi che non vennero, creò sensazione. Due particolari tra tutti: i contadini condividevano il loro tugurio con le bestie da fatica, non c’erano finestre, e se c’erano non avevano i vetri. D’inverno, per non soccombere al freddo, venivano tappate con letame secco. Nel resto d’Europa le cose non erano molto diverse. Intanto si era aggiunta l’industrializzazione, e in Inghilterra bambini anche solo di quattro anni erano al lavoro nelle fabbriche di mattoni, come racconta Marx nel «Capitale».

Questo è il mondo da cui siamo partiti. Non erano bei tempi, e non c’è niente da rimpiangere, a meno di non avere una visione dimezzata delle cose, come potersi intenerire sui diari dell’avola che suonava il pianoforte e ballava la quadriglia con i bei garibaldini.



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