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Una parola da cancellare

E se non usassimo più la parola “cancro”? L’ha proposto negli Stati Uniti il massimo ente di ricerca sui tumori, il National Cancer Institute, e io mi sono trovato subito appassionatamente d’accordo. Dico di più: già nel 2006, insieme con altri specialisti, avevo proposto alla comunità medica internazionale una nuova classificazione dei tumori del seno, in cui i termini “cancro” e “carcinoma” venivano sostituiti da “neoplasia”, che significa “nuova formazione”.

Una parola da cancellare

E se non usassimo più la parola “cancro”? L’ha proposto negli Stati Uniti il massimo ente di ricerca sui tumori, il National Cancer Institute, e io mi sono trovato subito appassionatamente d’accordo. Dico di più: già nel 2006, insieme con altri specialisti, avevo proposto alla comunità medica internazionale una nuova classificazione dei tumori del seno, in cui i termini “cancro” e “carcinoma” venivano sostituiti da “neoplasia”, che significa “nuova formazione”.

Perché questa revisione e riclassificazione di parole? Perché il cancro, senza dubbio molto di più di altre malattie, prima ancora di far male fa paura. Basta ricordare come i pazienti definiscono la diagnosi di cancro: verdetto, condanna, punizione. Insieme con poche altre parole, cancro è una parola che ha assunto un sovrasignificato, si è caricata di valenze negative che ne superano di gran lunga l’oggettività scientifica,  e che raccontano una storia pregiudicata dall’assenza di speranza.  Una storia non vera, ma vissuta così. L’annuncio è perciò visto come una condanna senza appello. E’ un colpo di fulmine che si abbatte sul malato e lo lascia solo davanti a quella che è spesso la sua più grande e inespressa paura.

E l’habitat di questa paura è la società.  Il cancro spaventa anche  per quella che potei chiamare la sua “vicinanza”. Un grandissimo numero di persone ci si deve confrontare, da vicino o da lontano. Il cancro è un’ipotesi per ciascuno di noi, ed è alla porta di ogni famiglia. Questa consapevolezza, benché rimossa, diventa un’onda di piena quando arriva la diagnosi di cancro. Contro ogni ragionevolezza, contro ogni informazione che il cancro è una malattia via via sempre più curabile e guaribile, il paziente cade in preda all’angoscia.  Ecco, quell’entità innominabile che tanto spesso viene esorcizzata con l’espressione “il male del secolo”, è capitata addosso proprio a lui.

E’ per questo che sono d’accordo con la proposta di non usare più una parola che incute tanto terrore. Non si tratta, come qualcuno ha fatto notare criticamente, di compilare una lista di parole da mettere al bando, come si volesse applicare anche qui il concetto, a volte ipocrita, del “politicamente corretto”. No. Si tratta di ricordare in ogni momento  che le parole non sono neutrali, e che vengono percepite in modo diverso a seconda del tasso di negatività che assumono nell’ immaginario collettivo che le nutre e le accompagna. Io, medico, devo tener presente che l’annuncio di una diagnosi di cancro è traumatico per un’infinità di motivi, alcuni dei quali non dipendono né dal malato, né dal medico, né dalle probabilità più o meno alte di guarigione.

Io, medico e uomo, mi specchio in un altro uomo che ha paura, e so di avere il dovere di rassicurarlo, il che non vuol dire illuderlo. Se evito l’uso di una parola divenuta traumatica di per sé, otterrò l’effetto di aprire un dialogo. E insieme cominceremo a giocare una partita difficile ma per nulla scontata, in cui la paura esiste ancora, com’è logico e umano,  ma può essere razionalizzata. So benissimo che se io dimostro a un paziente che il suo caso ha il 60 o addirittura il 90 per cento di probabilità di guarigione, il suo pensiero correrà inevitabilmente alla percentuale residua che non ce la farà, ma purtroppo questo fa parte del gioco della vita, e non riguarda soltanto il cancro. Intanto, mentre la partita è in corso, la cosa più necessaria è che il malato non si senta impotente. Deve sapere che può farcela, e che il cancro (poi non lo chiameremo più così) è un male curabile e guaribile.

Umberto Veronesi



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