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In che modo la musica condiziona il nostro cervello?

Il legame è certo, ma molto resta ancora da scoprire circa le modalità. A Barcellona al via un progetto di ricerca che punta ad aiutare i disabili a esprimere le emozioni attraverso la musica

In che modo la musica condiziona il nostro cervello?

Nel 1928 venne prodotto il film “Light of New York, oggi considerato il primo film "parlato" della storia. Prima di questa data, nella cinematografia i film erano muti e l'unico contributo auditivo disponibile erano delle tracce musicali che accompagnavano la sequenza delle immagini. Nella maggior parte dei casi, queste tracce venivano composte appositamente per ciascun film e l'idea alla base della composizione era che dovessero in qualche modo riprodurre acusticamente le sensazioni che le immagini volevano trasmettere. Per questo motivo, scene di azione erano accompagnate da ritmi incalzanti e tamburi mentre le scene romantiche venivano affiancate da arpe e violini in melodie dolci. I musicisti che si approcciavano a questo lavoro disponevano di una vera e propria lista in cui ogni emozione che si desiderava suscitare era associata ad una serie di musiche, stili e strumenti e da cui prendere spunto. L'avvento del dialogo non ha comunque sostituito la musica: il fatto che venga assegnato un Oscar alla miglior colonna sonora testimonia l'importanza che ancora oggi la musica ha nei film.

Perché il motivetto di Psycho o la colonna sonora de "Lo Squalo” ci rendono inevitabilmente ansiosi e impauriti? Perché la musica che indica al Professor Grant dove guardare i brachiosauri in “Jurassic Park ci trasmette un senso di grandezza che veste così bene il concetto di un parco tematico dedicato ai dinosauri? Perché non troveremo mai composizioni con bassi dissonanti e striduli in un cartone animato per bambini? Tutte queste domande sono figlie di una domanda più grande. Perché la musica è capace di influenzare così profondamente le nostre emozioni? Sono stati scritti fiumi di parole sulla psicologia della musica e sono stati elaborate teorie che oggi vengono ritenute praticamente sempre valide. Ad esempio, si sa che gli intervalli tra le note sono responsabili di reazioni abbastanza riproducibili tra individui diversi: le composizioni per semitoni generano tensione (“Lo squalo”, appunto) mentre un intervallo di quinta (DO-SOL) è così perfetto e piacevole da risultare l'equivalente musicale di un cerchio nelle arti figurative. Gli strumenti che si usano sono un altro esempio molto semplice da comprendere: qualcuno alzi la mano se è capace di suscitare terrore suonando un'arpa o un oboe! Ci si può riuscire, certamente, ma se in un film o in un videogame dobbiamo evocare una sensazione di paura e angoscia, meglio andare su sintetizzatori, cori lirici, viole lancinanti, contrabbassi potenti e via dicendo... Insomma, sbizzarriamoci a elencare tutte le differenze tra questo video, con le colonne sonore dei più famosi film horror, e questo, con le colonne sonore dei film romantici. Le differenze sono evidenti anche a chi non ha nemmeno la passione per la musica. Magari non si riesce a spiegarle, ma le avvertiamo, sappiamo che ci sono. Questo avviene perché queste musiche evocano in noi emozioni contrastanti.

La psicologia non è l'unica a occuparsi di emozioni. Senza entrare in domande esistenziali del tipo "Cosa sono le emozioni?", pensiamo che anch'esse rispondono a meccanismi biologici che possono essere studiati, compresi e che, come tutti gli altri processi, possono anche ammalarsi. E con queste osservazioni, entriamo di diritto nelle neuroscienze. Esiste un rapporto tra neuroscienze e musica? Può la musica influenzare a livello neurobiologico le emozioni? Sicuramente sì. Come? Ecco...qui tutto diventa molto più complicato. La relazione tra musica ed emozioni non nasce certo con il cinema ma risiede nel concetto stesso di musica. La musica esiste da quando l'uomo ha scoperto in essa un validissimo strumento di condizionamento delle emozioni. L'esempio più banale che può essere riportato in questo senso riguarda i soldati che battono sui tamburi per dare il ritmo di marcia o suonano le trombe per animare la carica. Eppure è solo negli ultimi decenni che il rapporto tra musica e neurobiologia delle emozioni è diventato così di moda. Va fatta una piccola premessa. Le emozioni, pur essendo identiche per tutti gli individui della stessa specie a livello biologico, vengono evocate in individui diversi per ragioni diverse. Per fare un esempio, la sensazione di angoscia è uguale per tutti gli esseri umani, i meccanismi biologici che la causano non cambiano. Eppure popolazioni provenienti da culture e costumi diversi reagiranno emotivamente in maniera diversa ad uno stesso stimolo musicale, quindi uno stesso stimolo che può causare angoscia in un individuo, può causare allegria in un altro.

Le emozioni possono essere schematicamente rappresentate su un piano bidimensionale sulla base di due fattori: la valenza emotiva, ossia, se l'emozione è positiva o negativa, e quello che in gergo viene detto arousal, un indice di quanto "violenta" è l'emozione generata. Una reazione positiva violenta può ad esempio essere la gioia incontrollata che provavano i partecipanti di "Carramba che sorpresa" al rivedere il nipote di terzo grado venuto dopo mezzo secolo dall'Uruguay: lacrime, salti, abbracci e via dicendo. Una reazione calma positiva può essere il sentimento di pace e relax che si prova immergendosi in una vasca di acqua calda e schiuma ascoltando Enya...anche se qui, ovviamente, nessuno vi vieta di mettere i Foo Fighters, se vi rilassano di più. Questa schematizzazione delle emozioni si riassume in un modello chiamato circumplex model, elaborato da James Russell. 

Immaginiamo ora di avere un puntatore immaginario su una qualsiasi di queste emozioni: ad esempio, possiamo dire "oggi mi sento felice". Pharrell Williams ci ha recentemente fatto una canzone di grande successo (per inciso, che emozioni vi evoca quando la ascoltate?). Personalmente, per sentirmi felice potrei ad esempio ascoltare l'album "Room on fire" degli Strokes sul mio account Spotify. Dal momento che non ho la versione premium, però, ogni tre o quattro canzoni, quei simpaticoni di Spotify España ci infilano un po' di pubblicità a caso. provate ad immaginare quale sia il genere musicale più pubblicizzato in Spagna. Esattamente: dembow e reggaeton! Si tratta di gusti, ovviamente, ma per quanto mi riguarda passare da quel capolavoro ritmico che è “Reptilia” ad ascoltare anche solo 15 secondi di pubblicità del nuovo singolo di Enrique Inglesias fa schizzare il mio puntatore personale da "happy" a "nervous" nel giro di qualche nanosecondo. Così, senza preavviso...a tradimento. Se poi questa pubblicità malefica non smette nel giro di pochi istanti, il puntatore precipita irrimediabilmente a "depressed" e a quel punto solo i migliori Led Zeppelin possono tirarmi di nuovo su. Cosa è appena successo? La musica ha generato un'emozione e un cambio di musica ha generato un cambio di emozione. Interessante, vero? Possiamo controllarlo?

Questa è la domanda che si è posto lo scorso anno un mio carissimo amico e collega, Ivan Cester, musicista, fisico e neuroscienziato. Cester ha deciso di sviluppare un progetto che abbracciasse i tre campi di cui è esperto e, in collaborazione con Javi Gimeno, anche lui musicista e neuroscienziato, ha inventato il Closed loop. Cester lavorava già da anni sulle applicazioni "non cliniche" dell'elettroencefalogramma, ossia quell'affare pieno di spinotti che serve per registrare le onde cerebrali. Di conseguenza, è partito da quella base per cercare una maniera di mettere insieme onde cerebrali e musica. Secondo lui, però, l'errore più comune che si è commesso troppe volte in questo campo è stato quello di cercare di suonare uno strumento utilizzando le onde cerebrali: "Perché dovrei cercare di sostituire un meccanismo come quello della comunicazione cervello-arto evolutosi per milioni di anni e che funziona già benissimo?", mi diceva Cester quando l'ho incontrato. Per questa ragione, la sua ricerca è andata oltre e si è proposta di associare onde cerebrali, musica ed emozioni. Un tracciato EEG è in grado di fornire abbastanza precisamente lo stato emotivo di una persona. Cester e Gimeno hanno associato ogni stato emotivo ad una serie di coordinate bidimensionali nel diagramma del circumplex model di Russell. Inoltre hanno associato centinaia di piste musicali da loro composte a differenti punti dello stesso diagramma. Una volta indossato il casco EEG, il soggetto ascolta una traccia musicale e il suo puntatore si posiziona su un punto specifico di quel diagramma ma, man mano che le emozioni del soggetto cambiano e il puntatore si muove, anche la traccia musicale lentamente cambia, seguendo l'emozione del soggetto e adattandosi al nuovo stato emotivo. Si crea quindi un circolo (loop, appunto): le emozioni dell'ascoltatore influenzano la musica e la musica influenza le emozioni dell'ascoltatore. Con il loro Closed loop, Cester e Gimeno collaboreranno con Mara Dierssen, una ricercatrice senior del Centro di ricerca genomica (CRG) di Barcelona, in un progetto che prevede l'aiuto di persone con diversi tipi di disabilità per aiutarle nell'espressione delle emozioni attraverso la musica.

Il Closed loop ci può quindi dare nuove informazioni in due direzioni: potremo dare uno sguardo dall'interno al nostro cervello per vedere cosa accade mentre stiamo ascoltando musica e, allo stesso tempo, potremo esprimere le nostre emozioni attraverso la musica. La musica rappresenta uno dei più potenti mezzi d'espressione nella storia dell'uomo, eppure c'è ancora molta strada da fare per capire quali sono i suoi reali effetti sul nostro cervello. C'è un intero mondo fatto di neurotrasmettitori, note, sinapsi, pause, recettori e frequenze...e personalmente trovo estremamente affascinante l'idea di esplorarlo. Di conseguenza, non esiste miglior maniera di chiudere questo post celebrando, con la musica, uno dei più grandi esploratori e viaggiatori della letteratura mondiale. Parlo di Ulisse, ovviamente.

Francesco Mannara
> @f_mannara



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