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La legge sull’aborto in Spagna: ritorno al passato

Il fenomeno si contrasta con educazione sessuale e servizi di sostegno alle donne. Inutile il proibizionismo

La legge sull’aborto in Spagna: ritorno al passato

"Viva Zapatero!" era il titolo di un documentario di Sabina Guzzanti, in cui si celebrava il successo politico dell'allora primo ministro spagnolo nel tentativo di separare la rete nazionale RTVE dalla gestione dei partiti. Sono passati 8 anni da quel film, Zapatero ormai si è ritirato, e in Spagna Rajoy governa con il Partido Popular (PP) e sta lavorando alacremente per tirare fuori il Paese dalla crisi...con discreto successo, devo dire.

Eppure moltissimi spagnoli, anche in quel 44,5% che ha mandato Rajoy al potere, oggi dentro di loro tornano a bisbigliarsi "Viva Zapatero!". Non tanto per questioni economiche quanto per i carissimi temi etici. La Spagna che, con Zapatero, fu protagonista di una cavalcata inesorabile nel progresso sociale (matrimonio omosessuale, uso di cellule embrionali a scopo di ricerca scientifica, sussidio alle famiglie per la nascita del primo figlio, divorzio breve, ...) oggi rischia di diventare una delle più arretrate d'Europa per ciò che riguarda l'aborto. Nel 2010, infatti, il governo Zapatero legiferò in merito a una questione che si gestiva con una legge del 1985 e introdusse cambi sensibili: l'aborto, nelle prime 14 settimane dalla fecondazione, diventava per la prima volta possibile in qualsiasi circostanza, senza necessità alcuna di giustificazione, mentre fino alla settimana 22 era possibile se autorizzato da un medico del centro scelto. A questo, che fu l'aspetto più eclatante e più criticato (dalla Chiesa e dal PP) della riforma, si aggiungevano altre concessioni che rivoluzionarono la cattolicissima Spagna; ad esempio, per le ragazze di 16 e 17 anni l'aborto divenne possibile senza il permesso del/dei genitore/i ed era sufficiente, laddove non costituiva pericolo per la ragazza e per l'equilibrio familiare, che i familiari fossero semplicemente informati della decisione.

A dicembre 2013, Mariano Rajoy gioca alla contro-riforma, approvando un anteproyecto (equivalente del Disegno di Legge in Italia) a nome Alberto Ruíz-Gallardón, attuale Ministro della Giustizia, in cui di fatto si cancella ogni norma approvata nel testo del 2010, si torna al 1985 e, in certi casi, si irrigidiscono ancora di più le vie attraverso cui si può accedere all'IVG (interruzione volontaria di gravidanza). Qualche dettaglio: 1) l'aborto verrà considerato reato in tutti i casi salvo una violenza sessuale (motivo valido fino alle prime 12 settimane) o che una malformazione fetale (anche se non compatibile con la vita) sia un pericolo per la salute psico-fisica della donna (entro le prime 22 settimane); in tutti gli altri casi, una malformazione fetale non sarà, da sola, ragione sufficiente per ricorrere all'aborto. 2) laddove l'aborto sia possibile e autorizzato, le ragazze di 16 e 17 anni torneranno ad aver bisogno dell'autorizzazione dei genitori/tutori per poter abortire; 3) rispetto alla legge del 1985, tra l'altro, si è scelto di inasprire l'iter che permetterà alla donna di dimostrare che  una malformazione fetale possa essere causa di disordini psico-fisici. Si avrà bisogno della certificazione di due medici (finora è uno), esterni al centro (ora può essere anche dello stesso centro): una genialata, dato che oggi il 97% degli aborti si effettuano in cliniche private e sono gli stessi medici del centro ad autorizzarli, quando necessario; 4) i termini attraverso cui si stabiliscono i "gravi disordini psichici e fisici" sono estremamente restrittivi, rendendo quindi ancora più complicato ottenere due certificazioni sufficienti ad autorizzare l'IVG; 5) aumenta, infine, il tempo di attesa tra la richiesta da parte della donna e l'effettiva autorizzazione, tempo in cui i Servizi Sociali sono incaricati di sostenere la donna, informarla sulle alternative, eccetera. Trovo molto ironico il commento di Gallardón al riguardo, quando afferma che questo prolungamento non è ha la finalità ritardare il procedimento (portando ad un aumento di aborti tardivi e/o illegali) e che, per garantire ciò, verranno potenziati i Servizi Sociali.

Mi rendo conto che, come spesso capita in questo blog, navighiamo un po' nella zona d'ombra dell'etica e sinceramente ho pienissimo rispetto per chi considera l'aborto come l'interruzione di una vita, però credo sia doveroso fare un paio di riflessioni, totalmente personali. La mia posizione non è mai, o quasi mai, per il proibizionismo: è storicamente dimostrato che proibire non elimina, ma alimenta il mercato nero. In questo caso, è facile immaginare flotte di aerei low-cost con direzione Inghilterra pieni di coppie che vanno ad abortire in un Paese veramente all'avanguardia, quando va bene, o più realisticamente, legioni di donne che ricorrono ad aborti clandestini, esponendosi a rischi altissimi e assurdi. Mi fa piacere che Gallardón intenda potenziare i Servizi Sociali, ma questo và fatto prima, non dopo aver proibito. Non è che io prima proibisco le sigarette e poi monto centri per smettere di fumare: non ha senso. Sono d'accordo con lui, i Servizi Sociali dovrebbero lavorare molto meglio, visto che in Spagna il numero di aborti è in costante crescita -nel 2000 sono stati 63.000, nel 2011 118.000, quasi il doppio- e, indipendentemente da quale sia la posizione che uno ha nei confronti di questa pratica, è comunque un dato preoccupante. Il numero aumenta anche per una legislazione più permissiva ma, se vediamo le tabelle, già da prima del 2010, gli aborti erano in crescita e questo significa semplicemente che la generazione "fertile" di Spagna ha probabilmente perso un po' di sensibilità nei confronti di un tema così delicato. Da qui, probabilmente, l'idea della contro-riforma Gallardón. Ma non è proibendo che si argina il fenomeno, anzi. Questa è una politica che sa di vecchio, di stantio, un errore che troppo spesso i governi di centrodestra commettono un po' dovunque (d'altronde li chiamano "conservatori" non per niente). Credo invece che bisognerebbe sensibilizzare ed educare, come diceva il famoso spot "Prevenire è meglio che curare": innanzitutto iniziamo a introdurre l'educazione sessuale nelle scuole in maniera seria, obiettiva, completa e soprattutto laica, in modo da prevenire la gravidanza e tanti altri fenomeni, dato che, ad esempio, è tornato a salire il numero di sieropositivi al virus HIV e di morti di AIDS tra gli adolescenti. Poi, in un secondo momento, potenziamo i Servizi Sociali, ma non solo per sostenere la donna che vuole abortire mentre si apre una via nella selva burocratica che il PP le ha costruito attorno, quanto, e soprattutto, per darle un sostegno decisamente più efficiente e un'informazione più completa quando si tratta di prendere una decisione simile.

Francesco Mannara



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