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Alimentazione

Alcol e obesità si mangiano il fegato dei ragazzi

pubblicato il 12-09-2011
aggiornato il 13-01-2017

Due patologie in aumento che, insieme, producono un danno esponenziale. Gli esperti: «Questa generazione di bambini rischia di essere la prima dal dopoguerra con un’aspettativa di vita inferiore a quella dei propri genitori»

Alcol e obesità si mangiano il fegato dei ragazzi

Due patologie in aumento che, insieme, producono un danno esponenziale. Gli esperti: «Questa generazione rischia di avere un’aspettativa di vita inferiore a quella dei propri genitori»

Saranno gli adulti di domani, un motivo in più per guardare con occhio particolarmente attento alla salute dei bambini. Aumenta il numero di ragazzi alle prese con i chili di troppo, un dato che preoccupa i pediatri, soprattutto se associato ad altri comportamenti a rischio, come l’uso esagerato e precoce di bevande alcoliche. A questa accoppiata hanno dedicato un articolo gli esperti dell’ospedale Bambin Gesù di Roma, apparso sulla rivista Alcohol and alcoholism, puntando il dito sugli effetti nefasti per il fegato. «Aumentano malattie malattie croniche e progressive. Ci troveremo di fronte a una generazione di giovani adulti con malattie epatiche che oggi si vedono nei 70enni».

UN DANNO ESPONENZIALE - Valerio Nobili, responsabile della struttura semplice di Epatopatie metaboliche e autoimmuni dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, spiega senza esitazioni: «In questo momento siamo di fronte a un allarme sociale. Fra i giovanissimi osserviamo due patologie che stanno crescendo in maniera esponenziale negli ultimi 15 anni: l’uso e l’abuso di bevande alcoliche e l’obesità. Se un bambino è obeso, ha quindi un’elevata probabilità di avere un fegato grasso, e se in età adolescenziale diventa anche un bevitore subisce l’effetto di due danni che non si sommano fra loro, ma si moltiplicano in modo esponenziale». Impossibile non legare questi comportamenti all’aumento, che pure rilevano Nobili e colleghi , di malattie croniche e progressive del fegato, come infiammazioni, steatosi (o “fegato grasso”) e fibrosi.

UN MILIONE I BIMBI A RISCHIO - In Italia il problema coinvolge un numero elevato di bambini. Stando ai dati del programma Okkio alla salute, si stimano 1,1 milioni di bambini delle scuole primarie (6-10 anni) obesi o in sovrappeso (il 22,9% è risultato in sovrappeso e l’11,1% obeso). In alcune regioni, come la Campania,  bambini in eccesso ponderale sfiorano il 50%. «L’accumulo di grasso in eccesso si localizza a livello epatico, il cosiddetto “fegato grasso”, e può portare a conseguenze gravi, come l’aumento dei livelli di insulina e dei rischi di diabete, alla cirrosi e, nel lungo periodo, intrecciarsi con le malattie del cuore, predisponendo anche a cardiopatie ischemiche» spiega Nobili.

QUEI BICCHIERI DI TROPPO - «Ai ragazzi in sovrappeso – aggiunge Nobili - bisogna sommare i 3-400mila 14-16enni che fanno uso e abuso di alcol». Fra i comportamenti a rischio che i pediatri del Bambin Gesù hanno avuto modo di rilevare, c’è la «scoperta» del bere a stomaco vuoto, chiamata con un brutto neologismo drunkoressia. «Dopo un digiuno prolungato l’alcol viene assorbito completamente, con danni acuti gravi e potenzialmente letali (encefalopatia alcolica) e con danni a lungo termine se il comportamento è ripetuto. Questi ragazzi rischiano di arrivare a 35 anni con un fegato gravemente compromesso».

COMPROMESSA LA SPERANZA DI VITA - «Negli anni ’90 avevamo un acme dei fegati cirrotici intorno ai 60-70 anni, oggi si colloca in  anticipo di 20 anni almeno. Ecco perché abbiamo scritto che questi bambini compromettono le loro aspettative di vita di almeno 20 anni. Una previsione – ricorda Nobili - tristemente avanzata già nel 2005 in un articolo sul New England Journal of Medicine: la generazione attuale di bambini sarà forse la prima dal dopoguerra ad avere un’aspettativa di vita inferiore a quella dei propri genitori».

LA PREVENZIONE PARTE DAL PEDIATRA - Che fare? Per dare un impulso alla presa di coscienza del problema e per discutere delle possibili strategie si è tenuto a Roma un convegno sulla sindrome metabolica in pediatria, con la partecipazione di esperti internazionali. «Occorre unire gli sforzi, insieme alle istituzioni e ai pediatri – riassume Nobili -. Qualche esempio? Portare la frutta nelle scuole, promuovere il consumo di pesce (gli acidi grassi Omega-3, di cui è ricco specialmente il pesce azzurro, sono dei potenti “sgrassanti” naturali per il fegato e nella dieta dei bambini italiani la loro quantità è pari a un quinto di quella raccomandata). Bisogna trovare spazi per l’attività fisica, promuovere gli spostamenti a piedi. Tutto questo costa, denaro e impegno, ma il costo futuro di milioni di giovani adulti malati sarà infinitamente più alto. E noi in Italia disponiamo di uno strumento unico al mondo per fare prevenzione strutturata: la pediatria di base. Scopo del convegno è, appunto, organizzare delle linee guida da diramare ai pediatri sul territorio per provare ad arginare quella che ormai è una pandemia».

Donatella Barus


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