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Alimentazione

La dieta del gruppo sanguigno è un falso scientifico

pubblicato il 07-02-2014
aggiornato il 12-07-2017

Il regime alimentare ideato dal naturopata D’Adamo stroncato da due pubblicazioni. Gli effetti sulla salute non possono essere ricondotti ai geni

La dieta del gruppo sanguigno è un falso scientifico

Anche l’ultimo velo è caduto. «La dieta del gruppo sanguigno? Nessuno degli effetti riscontrati nei soggetti che l’hanno seguita può essere ricondotto alla classificazione del sangue». Stop ai falsi miti, dunque: almeno a tavola. L’ultima bocciatura per il regime alimentare ideato da Peter D’Adamo e diffuso nel mondo attraverso la pubblicazione del libro “Eat right for your type” - tradotto in sessanta lingue, sette milioni di copie vendute - è arrivata da un gruppo di ricercatori dell’università di Toronto. Conoscere il proprio gruppo sanguigno serve, ma non a scegliere la dieta migliore per le proprie esigenze.

 

 

LA DIETA DEL GRUPPO SANGUIGNO

Pesce, carni magre, frutta e verdura per gli aderenti al gruppo 0. Regime principalmente vegetariano, con scarso consumo di prodotti a base di frumento pr, chi appartiene al gruppo A. Via libera a latte e derivati, uova e verdure per i soggetti di gruppo sanguigno B. Il giusto mix tra le soluzioni precedenti consigliato alle persone di gruppo sanguigno AB. Queste le risposte offerte dal naturopata statunitense, convinto di poter leggere nel gruppo sanguigno - una classificazione basata su alcuni antigeni presenti sui globuli rossi - la mappa degli alimenti più o meno consentiti.

Il segreto, a detta dell’inventore di uno schema alimentare che spopolava soprattutto all’inizio del nuovo millennio, sarebbe da ricercare nei diversi periodi dell’evoluzione umana. Poiché l’origine del gruppo sanguigno A risalirebbe al paleolitico (due milioni di anni fa), epoca in cui l’uomo si nutriva di fonti vegetali, il consiglio è di seguire un’alimentazione vegetariana.

Diversa la storia per gli appartenenti al gruppo B, le cui prime tracce sarebbero riconducibili al neolitico (10mila anni fa), periodo in cui l’uomo era dedito al nomadismo e iniziava a trarre nutrimento dagli animali. Per i soggetti di gruppo AB, di più recente scoperta, nessuna restrizione: l’importante è bilanciare bene le diverse componenti delle altre diete.     

 

LA BOCCIATURA

Quanta scienza c’è dietro questi consigli? Poca o nulla, dicono oggi gli esperti. Se le prime titubanze erano emerse dopo un’ampia revisione pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition sette mesi fa, l’ultima ricerca pubblicata su Plos One non lascia adito a dubbi. I quasi 1500 soggetti arruolati nello studio hanno infatti fornito informazioni dettagliate su tutti i cibi consumati abitualmente.

Da lì sono partite le indagini mirate a valutare i rischi cardiovascolari. È così emerso che l’aderenza a diversi regimi alimentari comportava la presenza di differenti marcatori di pericolo per la salute, nessuno dei quali correlato però all’appartenenza a un gruppo piuttosto che a un altro. Impossibile, dunque, ricondurre la genetica ad appena quattro macroaree.

«Anni fa la presenza degli stessi antigeni che determinano l’appartenenza a un gruppo sanguigno è stata scoperta sulle cellule che rivestono l’intestino: da qui l’ipotesi che l’attività di alcuni enzimi digestivi potesse essere in qualche modo determinata da queste molecole - afferma Giacinto Miggiano, direttore del centro di nutrizione umana del policlinico Gemelli di Roma -. Ma i gruppi sanguigni sono molti vari tra le diverse popolazioni del mondo, senza nessun nesso con l’alimentazione adottata durante le varie fasi evolutive». Il basso rischio cardiometabolico riconosciuto agli individui di gruppo sanguigno A non era riconducibile a fattori genetici, ma a un regime alimentare che, geni a parte, è riconosciuto come fattore protettivo per la salute. Gli scienziati canadesi hanno infatti visto che, assegnando una medesima dieta a individui di gruppo sanguigno diverso, gli effetti non cambiavano. 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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