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Alimentazione
Paola Scaccabarozzi
pubblicato il 02-06-2023

Microplastiche rintracciate anche nello sperma umano



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Aumentano gli studi che rilevano la presenza di microplastiche nell'organismo umano. Anche nel liquido seminale umano

Microplastiche rintracciate anche nello sperma umano

Le microplastiche possono annidarsi anche nello sperma umano. È ciò che è drammaticamente emerso da uno studio in preprint sulla rivista internazionale Science of the Total Environment ( ), presentato in anteprima al Congresso della S.I.R.U. (Società Italiana della Riproduzione Umana) che si è svolto di recente a Siracusa. La ricerca, guidata dal dottor Luigi Montano, uroandrologo dell’ASL Salerno e Past President della Società Italiana della Riproduzione, rientra nell’ambito di un progetto molto ampio e articolato, l’EcoFoodFertility. Coordinata dallo stesso Montano, è una ricerca multicentrica di biomonitoraggio umano sul rapporto fra ambiente, alimentazione e salute riproduttiva, che da tempo indaga, in diverse aree ad alto rischio ambientale, la presenza di contaminanti e i loro effetti sulla salute umana, a partire proprio dalla valutazione del seme umano, definito “sentinella” della salute ambientale e generale.

 

LA RICERCA

«Lo studio è stato condotto da un team di ricercatori di diverse università italiane (Salerno, Napoli) con il supporto di microspettroscopia Raman (una tecnica di analisi microchimica, ndr) in dotazione al Politecnico delle Marche» spiega Montano. «Ha messo in evidenza la presenza di microparticelle di plastica in 6 campioni su 10 di liquido seminale di uomini sani e non fumatori, residenti in un’area ad alto impatto ambientale della Campania. Si tratta di 16 diversi frammenti di microplastiche di dimensioni comprese tra i 2 a 6 micron, ossia più piccoli di un granellino di pulviscolo». La composizione chimica delle microplastiche ritrovate nello sperma fa riferimento a: polipropilene (PP), polietilene (PE), polietilene tereftalato (PET), polistirene (PS), polivinilcloruro (PVC), policarbonato (PC), poliossimetilene (POM) e materiale acrilico.

 

L’EFFETTO DELLE MICROPLASTICHE SULLA SALUTE

«Le microplastiche sono estremamente dannose in sé, stando a quanto rilevato nei modelli animali finora studiati con più attenzione (topi e pesci) - commenta Montano -. Peraltro le stesse microplastiche sono in grado di veicolare altri tipi di contaminanti ambientali che, legandosi ad esse, procurano danni in particolare agli organi riproduttivi, che sono fortemente sensibili agli inquinanti chimici. Meccanismi di stress ossidativo, induzione programmata di morte cellulare, alterazioni genomiche, rilevate nei modelli animali, dovrebbero già metterci in allarme, vista la probabile riproducibilità di tali meccanismi di danno sull’essere umano. Rischio di alterazioni immunitarie, aumento delle patologie infiammatorie cardiovascolari, neurologiche, riproduttive e oncologiche a seguito della presenza di microplastiche nel nostro organismo non costituiscono dunque affatto un rischio remoto».

 

IL NESSO CON LA CAPACITÀ RIPRODUTTIVA

«Le cellule spermatiche - precisa Montano - sono particolarmente sensibili e in grado di evidenziare, in maniera chiara e precoce, eventuali rischi generali circa la predisposizione a malattie croniche di varia natura sia in fase adulta che trasmissibile anche alla progenie. Il liquido seminale è dunque in grado di percepire prima e in modo quantitativamente rilevante l’impatto degli inquinanti ambientali e non solo, mettendo a rischio le capacità riproduttive, come evidenziato nelle aree geografiche particolarmente inquinate. A cominciare dalle diverse “terre dei fuochi” come oramai stiamo riscontrando nei nostri studi di biomonitoraggio in Italia e a a partire da quella che lo è per antonomasia, ossia il territorio compreso tra la provincia di Napoli e l'area sud-occidentale della provincia di Caserta, zona interessata dal fenomeno delle discariche abusive e/o dell'abbandono incontrollato di rifiuti urbani e speciali e associata alla combustione degli stessi».

 

LE VIE DI ACCESSO

Come fanno le particelle microscopiche di plastica ad arrivare nel nostro corpo? «Le vie più probabili di accesso delle microplastiche al seme umano sembrerebbero avvenire attraverso l’epididimo (struttura intorno al testicolo) e le vescicole seminali, che sono più facilmente suscettibili a processi infiammatori e che possono favorire, dunque, una maggiore permeabilità – risponde Montano. - L’origine di questi frammenti è estremamente varia e può comprendere detergenti, creme per il viso e il corpo, dentifrici, tatuaggi, bevande, cibi, in particolare i pesci, o anche particelle areodisperse nell’ambiente. Le vie d’accesso sono dunque molteplici: alimentazione, respirazione e anche via cutanea».

 

UN PROBLEMA EMERGENTE

Nel mese di gennaio di quest’anno lo stesso gruppo di ricerca coordinato sempre da Luigi Montano, in collaborazione con l’Università di Salerno e la professoressa Oriana Motta, e quello dell’Università Politecnica delle Marche con la professoressa Elisabetta Giorgini, aveva per la prima volta al mondo evidenziato e pubblicato sulla rivista internazionale Toxics la presenza di microparticelle di plastiche in campioni di urine di sei donatori sani, uomini e donne tra i 16 e i 35 anni residenti in aree di Salerno e Napoli. «L’escrezione di microplastiche nelle urine - precisa Montano - potrebbe avvenire per via peritubulare renale, attraverso meccanismi cosiddetti di endocitosi ed esocitosi, sistemi che utilizzano le cellule per inglobare grosse particelle e trasportarle da una parte all’altra».

 

TANTO DA CAPIRE

Il professor Montano sottolinea la necessità di studiare meglio questi dati e il nesso fra microplastiche e fertilità. «Ovviamente lo studio va ulteriormente allargato e approfondito, anche se è ormai chiaro che l’emergenza plastica e ambientale nel complesso sia da considerare un’urgenza da affrontare con la massima solerzia. Numerosi sono, infatti, gli studi, anche al femminile (sul latte materno e nella placenta) che indicano come il nostro organismo è a rischio, come può reagire alla presenza di corpi esterni e di come la plastica alteri alcuni processi metabolici come chiaramente osservato nei modelli animali. D’altronde, come già precisato, le stesse microplastiche fanno da cavallo di troia per altri tipi di contaminanti ambientali, determinando un ulteriore danno al nostro organismo a partire proprio dagli organi riproduttivi particolarmente sensibili agli inquinanti chimici» conclude l’urologo.

 

IL CALO DEGLI SPERMATOZOI

L’inquinamento di tipo chimico e fisico impatta in generale sulla qualità dello sperma, a prescindere dalla presenza di microplastiche nello specifico, e si tratta di un problema mondiale. «Negli ultimi 46 anni il numero medio di spermatozoi - prosegue Montano - si è drasticamente ridotto di oltre il 50 per cento in tutto il mondo. E dal 2000 questa tendenza ha iniziato a subire un’accelerazione. E il problema riguarda anche Africa, Asia e Sud America. I dati pubblicati nel novembre 2022 su Human Reproduction Update evidenziano che la capacità riproduttiva dell’uomo è veramente ad alto rischio. Un problema enorme, su cui ancora non c’è consapevolezza né a livello politico né, purtroppo, a livello sanitario, peraltro i nostri studi condotti sui giovanissimi sani in particolare nelle aree ad alto rischio ambientale e pubblicati l’anno scorso sulla rivista internazionale European Urology Focus, danno l’idea di come potrebbe essere difficile concepire nei prossimi decenni, senza considerare che la cattiva qualità del liquido spermatico è spia di molto altro».

 

DUNQUE CHE FARE?

«La cosa migliore da fare è prendere innanzitutto consapevolezza che l’inquinamento è profondamente entrato dentro di noi che bisognerebbe da subito ecoriconvertire il pianeta, cosa che richiede uno sforzo comune da parte di tutti i governi del mondo che, evidentemente, al di là delle dichiarazioni, non sembra vedersi nel breve termine e di tempo non ce ne è più! Allora, in attesa dei tempi lunghi del disinquinamento del pianeta, almeno avviare serie politiche di resilienza che vanno indirizzate verso l’informazione dei rischi espositivi, l’educazione ambientale, quella verso consumi, stili di vita e alimentari consapevoli puntando tutto sulle nuove generazioni nella scuola».

Paola Scaccabarozzi
Paola Scaccabarozzi

Giornalista professionista. Laureata in Lettere Moderne all'Università Statale di Milano, con specializzazione all'Università Cattolica in Materie Umanistiche, ha seguito corsi di giornalismo medico scientifico e giornalismo di inchiesta accreditati dall'Ordine Giornalisti della Lombardia. Ha scritto: Quando un figlio si ammala e, con Claudio Mencacci, Viaggio nella depressione, editi da Franco Angeli. Collabora con diverse testate nazionali ed estere.   


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