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Redazione
pubblicato il 06-12-2011

In aiuto all'Africa che muore di AIDS



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Venerdì 18 e sabato 19 novembre si terrà a Milano la conferenza Science for Peace. Oggi ne parliamo con Leonardo Palombi che parteciperà al dibattito su "Prevenzione e cura delle grandi malattie"

In aiuto all'Africa che muore di AIDS

Science for Peace è il movimento fondato da Umberto Veronesi con il sostegno di 21 Premi Nobel per indagare le soluzioni che la scienza può offrire per prevenire i conflitti. «Tutti possiamo contribuire a costruire la pace. Gli scienziati hanno scelto di dare l’esempio», dice il professor Veronesi. Due sono i grandi obiettivi: 1) Diffusione della cultura di pace e superamento di tensioni tra gli Stati. 2) Riduzione degli ordigni nucleari e delle spese militari. Di seguito pubblichiamo le interviste ai relatori della Conferenza Mondiale di Milano.

Dottor Palombi, che cosa fa per la pace la Comunità di Sant’Egidio di cui lei fa parte?

Sono coinvolto dal 2002 in un appassionante programma per la cura dei malati di Aids in Africa sub-sahariana: Dream, acronimo di Drug Resource Enhancement against Aids and Malnutrition). Nato per portare la terapia a chi non poteva accedervi, il programma oggi è attivo in 10 paesi africani, con 32 centri e 18 laboratori di biologia molecolare, che assistono e curano oltre 150.000 sieropositivi. E’ un progetto umanitario ed insieme di ricerca scientifica operativa, volto a migliorare gli standard assistenziali in paesi a risorse limitate. Fornisce tecnologia e know-how d’eccellenza aiutando così in modo concreto lo sviluppo dei sistemi sanitari africani.

Quali possibilità di successo hanno gli obiettivi di Science for Peace?

Mi sembra che Science for Peace coniughi in modo esemplare l’impegno per la ricerca scientifica e la prevenzione con quello per la pace e lo sforzo umanitario. La sintesi, a mio avviso, è qualcosa di innovativo cha ha molto da dire alle nostre società e culture per vivere bene questo tempo della globalizzazione. Mi sembra che in particolare l’Italia, che corre il rischio concreto di un sostanziale ripiegamento, abbia bisogno di questo approccio positivo per affrontare il nodo delle relazioni con questa nuova geopolitica globale: la sicurezza non è chiudere le porte agli altri ed al futuro, semmai è costruire ponti di pace, impegni e soluzioni comuni.

Secondo lei, quali sono i primi passi da compiere per la pace?

Sono convinto che il primo problema, per esempio dinanzi alle sorprendenti vicende recenti del Mediterraneo, sia quello di capire, senza pregiudizi e vecchi stereotipi, il nuovo volto svelato dalla “primavera araba”: società giovani e laiche che cercano anzitutto libertà, sviluppo e modernizzazione. Mi sembra si tratti di aspirazioni ampiamente condivisibili che possono costituire un’ottima base di partenza per un nuovo sistema mediterraneo di relazioni. In questo senso un’Europa lungimirante sarebbe generosa e attenta ai movimenti del Maghreb.

Quali sono gli ostacoli quotidiani contro cui si scontra?

L’incapacità di collaborare e fare sistema è certamente uno dei problemi veri del mondo universitario nel quale mi colloco e di cui poco si parla. Senza questo elemento è difficile porsi obiettivi ambiziosi e spesso ci si limita alla gestione dell’ordinario o alla sopravvivenza. Ho la fortuna di far parte di quella estesa rete di relazioni solidali, umane e culturali, che è oggi la Comunità di Sant’Egidio, che in qualche modo mi ha permesso di aggirare quell’ostacolo. Resto però convinto che per l’Italia il moltiplicarsi di interessi corporativi e particolari resti un grande fattore frenante il cambiamento e la trasformazione del paese.  

LEONARDO PALOMBI* interviene il 18 novembre nella sezione “Prevenzione e cura delle grandi malattie” (ore 15,10)

*Leonardo Palombi è medico, insegna all’Università Tor Vergata di Roma, si occupa da 15 anni degli interventi umanitari della Comunità di Sant’Egidio in varie parti del mondo.

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