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Armi nel mondo, fermiamo il commercio della vergogna

pubblicato il 21-11-2012

Brian Wood, attivista di Amnesty International, spiega a Science for Peace perché da 10 anni sta lottando per un trattato sul commercio internazionale di armi. Entro marzo 2013 il testo definitivo. L’Italia fra i primi esportatori

Armi nel mondo, fermiamo il commercio della vergogna

Brian Wood, attivista di Amnesty International, spiega a Science for Peace perché da 10 anni sta lottando per un trattato sul commercio internazionale di armi. Entro marzo 2013 il testo definitivo. L’Italia fra i primi esportatori

Brian Wood è responsabile per la ricerca e le politiche sul controllo delle armi per Amnesty International. Alla Conferenza mondiale di Science for Peace organizzata dalla Fondazione Veronesi è intervenuto con una lectio magistralis sul controllo delle armi.

Brian Wood è un uomo attento alle parole. Soprattutto a quelle scritte nei trattati, documenti che il più delle volte si ritiene di scarso impatto sulla realtà. Lui, invece, viene da Amnesty International, l’organizzazione che ha dimostrato come con gli appelli scritti a volte si salva la vita della gente. Ora, il suo lavoro è occuparsi di armi, di traffici illeciti e della maniera per fermarli. Segue da quasi 10 anni il progetto di un trattato globale sul commercio internazionale di armi e ha spiegato alla platea di Science for Peace perché in questi documenti le parole sono molto importanti.

«Nonostante i progressi significativi nella regolamentazione della compravendita di armi nel mondo, 1.500 persone persone vengono ogni giorno uccise da armi da fuoco, e migliaia vengono ferite e mutilate. 43 milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case in scenari di conflitto e diventano vittima di fame, malattie, violenze di ogni tipo, compresi il dramma degli stupri di guerra e lo scempio dei bambini soldato» spiega Wood.

TRASPARENZA E RESPONSABILITA’ - Dietro questi drammi, ricorda Brian Wood, c’è un mercato di armi che vede in prima linea gli interessi delle nazioni ricche e “pacifiche” in Europa, America e Asia. Mentre parla, fotografie di Donald Rumsfeld che stringe la mano a Saddam Hussein, Tony Blair al colonnello Gheddafi. “Errori” politici del passato che però, ricorda Wood, durano a lungo: «Qualsiasi trasferimento irresponsabile di armi deve diventare illegale, in ogni parte del mondo. Ricordiamo ancora i massacri in Sri Lanka, perpetrati anche con armi vendute da Cina, Stati Uniti e Pakistan, mentre la comunità internazionale sosteneva di non sapere come fermare la guerra civile».

L’ITALIA FRA I BIG DELLE ARMI - A dettare legge nel mercato delle armi ci sono i cosiddetti “Big Six”, i sei paesi che coprono la gran parte delle esportazioni globali: Stati Uniti, Russia, Germania, Francia, Regno Unito, Cina e Italia, seguite a poca distanza da Israele. L’Italia, secondo la denuncia di Amnesty International, insieme ad altri paesi occidentali ha venduto armi a Bahrein, Egitto, Libia, Siria, Yemen e altri paesi del Nord Africa e del Medio Oriente nel periodo delle repressioni contro civili. Nessuno può dirsi estraneo, Wood mostra la fotografia di un elicottero da guerra indiano offerto al Myanmar, costruito con parti fornite da Francia, Belgio, Regno Unito, Germania, Svezia, Italia, Israele, Stati Uniti.

UN ACCORDO STORICO - Il progetto di un trattato globale nacque da un’utopia. «”Unrealistic” ci dicevano – racconta Wood – ma la gente ha cominciato a fare la storia; personaggi noti hanno iniziato ad appoggiarci, star del football, del cinema. Siamo riusciti ad avere il voto di 153 paesi nel 2006 all’Assemblea Generale dell’Onu. Gli Stati Uniti dissero no e 24 altri paesi si astennero». Da lì, a colpi di campagne e di voti, iniziò il cammino di questo “poco realistico” sogno. Fra poche settimane la bozza del testo verrà approvata per poi essere sottoposta al voto definitivo nel marzo 2013.

A COSA SERVIRA’? - «A prevenire il traffico internazionale di armi convenzionali che contribuiscono alla sofferenza umana» dice Brian Wood, e mostra il primo piano di una donna con gli occhi chiari, il velo scuro e la bocca aperta in un grido. «Sappiamo il suo nome, sappiamo esattamente da dove viene. La sua famiglia, suo marito e i suoi bambini, sono rimasti sepolti sotto la loro casa bombardata in Siria». Ciò che il trattato si propone è vincolare i governi ad appurare la finalità e la destinazione del trasferimento di armi. Se c’è la possibilità che vengano usate per violazioni dei diritti umani, crimini di guerra o atti di terrorismo e, più in generale, per mettere a rischio la pace e la sicurezza, allora è dovere del governo non autorizzare il trasferimento di quelle armi.

VINCOLI PIU’ STRETTI - Si intuisce quanto sia facile aggirare simili disposizioni, per questo Amnesty International si sta battendo per rendere quelle parole più vincolanti: «Il trattato – spiega Wood – deve comprendere tutti i tipi di armi, comprese le munizioni, che spesso sfuggono alle regole internazionali. Deve controllare non solo la vendita, ma anche la donazione di armi, l’intermediazione (attività che spesso viene svolta online in comodi salotti di case europee o statunitensi) e il trasporto. Deve esserci l’obbligo di riportare annualmente dati veritieri e completi sulle esportazioni di armi. Tutti dovremmo fare pressioni sui nostri governi per sostenere un testo davvero vincolante per fermare le atrocità perpetrate con le armi». Come  cantava Fabrizio De Andrè, «per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti».

Donatella Barus


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