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Chi sente meno è più depresso

pubblicato il 05-05-2014
aggiornato il 01-02-2017

E’ la conclusione di un ampio studio secondo il quale godere di un buon o eccellente orecchio preserva dal “male oscuro”

Chi sente meno è più depresso

Meno senti e più facilmente entri in depressione. Lo afferma, con precise statistiche, lo studio, amplissimo, condotto da un ricercatore del National Institute americano sulla sordità e altri disturbi della comunicazione, Chuan-Ming Li, prendendo in esame 18 mila adulti, dai 18 anni in su. Precedenti studi si erano concentrati spesso sugli anziani. Ora, invece, sono stati esaminati giovani e meno giovani e il professor Li ha trovato che oltre l’11 per cento di quanti affermavano di avere un problema di udito soffriva di depressione, da moderata a grave, a fronte di un 7 per cento di quanti dichiaravano di avere un “buon” udito fino a scivolare a uno scarso 5 per cento tra gli individui qualificatisi con un udito “eccellente”.

 

DONNE: UNA DIVERSA SORDITA’

Lo scarto è notevole e lo è particolarmente tra le donne, nota lo studioso, tra le quali la depressione compare, più che negli uomini, anche in caso di disturbo uditivo modesto. La maggiore vulnerabilità del sesso femminile, spiega il professor Chuan-Ming Li,  si verifica soprattutto dopo i 70 anni e si deve probabilmente al fatto che nelle donne l’avanzare della sordità riguarda in particolare le frequenze elevate, cruciali per comprendere il linguaggio parlato, specialmente negli ambienti rumorosi.

Aggiunge il professore cino-americano sulla sua ricerca: «Abbiamo osservato questa associazione bassa qualità dell’udito e depressione, ma la relazione di causa-effetto rimane ignota».

Evidentemente il ricercatore Usa non ritiene che l’abbinamento origini dal fatto che chi ha meno udito e deve sempre chiedere “cosa hai detto?”, si senta escluso, soffra di isolamento o peggio. Perché, come osservava un noto otorinolaringoiatra, se la cecità ispira sentimenti di comprensione e compassione, chi è sordo suscita irritabilità, nervosismo. E, non di rado, derisione.

 

LA SOCIETA’ DEL RUMORE

Il professor Enrico Fagnani, esperto audiologo, innanzitutto osserva che viviamo in una civiltà rumorosa, dove la comunicazione – e la tv con i suoi arruffati talk show fa testo – è dominata dall’eccessiva velocità di eloquio, dalla sovrapposizione e dallo spezzettamento, nel mancato rispetto delle più elementari regole della comunicazione verbale. «In questo contesto, anche un piccolo deficit uditivo diventa rilevante », osserva..

Ma può dipendere solo da questo fatto l’aumento di depressione? Il dirigente medico nell’Unita operativa di Audiologia della Fondazione Policlinico di Milano lancia un “ponte” verso un’ipotesi di causa-effetto più “interna”, d’ordine biologico.

 

UN COMPUTER  NEL LABIRITNTO

«La sensorialità uditiva è quella che ha maggior impatto a livello di Sistema Nervoso Centrale. Sia la presbiacusia, l’equivalente della presbiopia nell’orecchio che si instaura lentamente nell’anziano, sia altri deficit in persone giovani spesso dipendono dall’orecchio interno altrimenti chiamato labirinto, la cui porzione anteriore, denominata coclea o chiocciola,  è un vero analizzatore informatico che trasforma i suoni in codici elettrico-matematici.

Quando la chiocciola non è più in grado di “elaborare” (tipico: «sento i rumori, ma non comprendo le parole»), si riduce o si perde l’abilità di dare un significato alle singole parole che sono costituite appunto da suoni complessi. Ciò accade perché si rallenta la capacità “informatica” di  elaborare e assimilare l’informazione. Questo è un fatto organico e biochimico, che coinvolge anche il funzionamento dei neurotrasmettitori».  Le vie uditive realizzano diverse connessioni a livello talamico ed in particolare nei circuiti neurali emozionali (Sistema Limbico), in effetti è a questo livello che potrebbe stare il punto di congiunzione “interno” con la depressione.

 

PARLARE LENTI, NON URLARE

Dalla precisazione del professor Fagnani (non si tratta solo di timpano più “duro”, come comunemente si crede) discende che «alle persone affette da ipoacusia neurosensoriale bisogna parlare soprattutto lentamente, non a voce più alta» e ciò per evitare di saturare il sistema di analisi  e dare quindi il tempo alle reti neuronali rallentate di poter elaborare il senso delle parole.

 

PROTESI DIGITALI

Per fortuna, aggiunge il medico, oggi abbiamo a disposizione apparecchi acustici digitali, quindi dotati di una logica informatica che consente di processare matematicamente i suoni adattandoli alla ridotta gamma dinamica della chiocciola sofferente,  in grado di trattare vantaggiosamente sordità gravi ma anche lievi deficit uditivi assolutamente non “protesizzabili” sino a qualche anno fa .  Le persone ai giorni nostri sono molto più  disponibili di un tempo  a servirsene in quanto cresciute in un’era già dominata dall’elettronica di consumo. «Li fanno perfino colorati per renderli appetibili».

Come non citare poi gli incredibili risultati ottenibili oggi con l’orecchio bionico o protesi cocleare nelle sordità profonde bilaterali, soprattutto nei bambini, ma questo è un altro argomento.

Come ne sarebbe stato felice lo scrittore Samuel Johnson che nel ‘700 urlava così la sua infelicità: «La sordità è una delle più disperate tra le calamità umane».

Per non parlare di Beethoven.

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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