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Contro il Pil, la logica del Fil

pubblicato il 15-11-2014
aggiornato il 07-02-2017

Il primo misura la produzione di un paese, il secondo la felicità diffusa. Come si deve calcolare il benessere delle nazioni? Ocse e Istat hanno già scelto altri metri

Contro il Pil, la logica del Fil

 

C’è il Pil e c’è il Fil. Il primo lo conosciamo (e temiamo) bene: misura il Prodotto interno lordo di uno stato. E il Fil? Indica la Felicità interna lorda di uno Stato. E ciascuno giudichi da sé qual è l’indicatore più significativo per la nostra vita.C’è un po’ di ironia in quel Fil, ma la contestazione del Pil è reale. «Da vent’anni economisti, sociologi e politici di tutto il mondo cercano nuovi indicatori», dice Giovanni Fattore, direttore del dipartimento di analisi politica e management pubblico all’Università Bocconi di Milano e guida del dibattito su “Indici di pace indici di benessere”, svoltosi nel corso della seconda giornata di Science for Peace.

 

IN BHUTAN E’ GIA’ FIL

Intanto, fuori dal coro, sappiamo che il Re del Bhutan, sperduto sull’Himalaya, la decisione l’ha presa e applicata già da qualche anno. Da loro conta solo il Fil e si calcola tenendo in prima fila questi indicatori: qualità dell’aria, salute della popolazione, livello dell’istruzione,ricchezza dei rapporti socialiCerto il re himalayano è stato facilitato dall’esigua cifra dei suoi sudditi, poco più di settecentomila, ma «i valori da lui scelti incrociano altre scelte già fatte o discusse specie nel mondo occidentale», come spiega Fattore.

 

IN CIFRE LA QUALITA’ DELLA VITA

«Col Pil, se una nazione vende un miliardo di armi o un miliardo di prodotti made in Italy, è lo stesso. Per il benessere dei cittadini invece contano valori qualitativi, come  si usano le nuove ricchezze acquisite». Il malessere ha condotto a cercare formule alternative. «All’Ocse, l’Organizzazione per la  cooperazione e lo sviluppo economico, è stato adottato un nuovo indice denominato “Better Life Index”, indice di una vita migliore, e all’Istat durante la mia presidenza si è scelto il “Benessere equo e sostenibile” che costituisce un bel mutamento di prospettiva», illustra Enrico Giovannini, professore ordinario di Statistica all’Università di Roma Tor Vergata ed ex ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. «Vuol dire mettere al centro la sostenibilità sociale e la sostenibilità ambientale. Valori diciamo inediti per l’economia».

 

DUE TIPI DI PACE

Il terzo protagonista della tavola rotonda è un imprenditore di grande successo nelle nuove tecnologie e filantropo impegnato nei paesi di maggiore povertà. Australiano, Steve Killelea nel 2007 ha fondato anche l’Institute for Economics and Peace, un think-tank internazionale che cerca risposte sui rapporti tra aziende, pace, economia e che introduce il concetto di misurazione della pace. «Perché – dice – ce ne sono due tipi: la pace “negativa”, definita come assenza di violenza  o paura della violenza, e la pace “positiva” che riguarda i comportamenti e le strutture che creano e promuovono società pacifiche».

«Quanto a Pil le nostre società oggi sono destinate a crescere di poco, allora è sempre più urgente vedere come si può star meglio tutti con i pochi mezzi in più. Un modo diverso di considerare il benessere», dice Fattore. E fa presente un’altra criticità: «Oggigiorno nei nostri paesi le ricchezze che aumentano tendono ad andare ai più ricchi e assistiamo a un progressivo impoverimento delle altre classi. Questo succede per due grandi meccanismi: da  un lato in diversi stati si sono depotenziati i sistemi di welfare, dall’altro c’è l’effetto globalizzazione. La quale da un lato ha sollevato dalla povertà estrema centinaia di milioni di persone nelle aree più misere del mondo e dall’altra ha messo in competizioni i prezzi del lavoro di quei Paesi con gli strati più deboli dei nostri. Il nostro operaio va verso l’operaio cinese».

 

SEMPRE PIU’ DISUGUALI

Perciò occorre misurare diversamente  il benessere di una nazione e prendere i provvedimenti che ne conseguono per fermare il trend dei poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. Contro i quali, in attesa che si trovino i rimedi per una nuova giustizia sociale, ci si può consolare col famoso “paradosso di Easterlin”, evocato da Killelea. Richard Easterlin, economista dell’Università della California, lo enunciò nel 1974 dopo accurate indagini: i soldi danno felicità, più soldi danno più felicità, ma c’è un picco oltre il quale più guadagni e più la felicità ti abbandona, seguendo una curva a U rovesciata. Magra consolazione? Però al successo strepitoso presso molti pubblici della telenovela messicana “Anche i ricchi piangono” ha dato una grossa spinta il titolo.

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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