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Fotografare i sogni: un sogno non impossibile

pubblicato il 15-05-2013

Un gruppo giapponese è riuscito a decodificare alcune immagini viste da chi dorme. Ma resta lontana l'ipotesi di un apparecchio che, stimolando il cervello, possa ridare la vista ai ciechi e rivelarsi un’eccezionale macchina della verità

Fotografare i sogni: un sogno non impossibile

 

Un gruppo giapponese è riuscito a decodificare alcune immagini viste da chi dorme. Ma resta lontana l'ipotesi di un apparecchio che, stimolando il cervello, possa ridare la vista ai ciechi e rivelarsi un’eccezionale macchina della verità

 

Una macchina per “fotografare” i sogni di chi sta dormendo. E’ un obiettivo su cui si sono lanciati da tempo gli scienziati, e se va precisato subito che non è affatto realtà (contro chi ha “gonfiato” la notizia), è forse meglio dire “non ancora”. Alcuni passi compiuti sembrano, in effetti, escludere il rischio di pura utopia.

C’era già riuscito Wim Wenders a portare a termine un tale portento. Nel 1991, nel film Fino alla fine del mondo, prevedeva per l’”avveniristico” 1999 una simile macchina di cui subito mostrava una delle possibili applicazioni: fornire di immagini, attraverso la stimolazione biochimica, il cervello – e dunque la vista – di una persona cieca (nel caso, la sempre maliosa Jeanne Moreau).

“SCRITTURA” CEREBRALE - L’ultima ricerca, riportata su Science Express, è firmata da Masako Tamaki, bioingegnere, che guida un gruppo associato alla statunitense Brown University di Providence. «I nostri risultati – dichiara – dimostrano che una specifica esperienza visiva nel corso del sonno è rappresentata da modelli di attività cerebrale che sono gli stessi della percezione visiva [del medesimo oggetto], fornendo così uno strumento per svelare  i contenuti soggettivi dei sogni per mezzo di oggettive misurazioni neurali».

A snodare la matassa di questa complessa affermazione provvede il professor  Mario Bertini, già docente  di Psicofisiologia  e appassionato indagatore della materia sonno-sogni nel suo laboratorio alla Sapienza di Roma. Risonanza magnetica ed elettoencefalogramma sono i mezzi impiegati da Tamaki e dai suoi per “spiare”  - e fissare in tracciati e numeri – quanto vivono in sogno dei volontari addormentati. I quali vengono svegliati subito dopo che un’attività onirica è in corso, come avvertono la Rm e l’Eeg che “leggono” il cervello in azione.

CENTINAIA DI RISVEGLI - «Ci sono delle grandi difficoltà pratiche – avverte Bertini –, è un lavoro duro e costoso. Intanto la risonanza magnetica fa un rumore infernale, quindi far addormentare le persone non è facile. Poi si tratta di agire per molte notti, si faranno 200 risvegli e oltre per volontario per chiedergli, ogni volta, che immagini stava sognando: una statua di bronzo, una chiave, una rompighiaccio...  Le immagini poi vengono “codificate” raggruppandole per categorie».

Dietro questa indagine ce n’è un’altra, condotta già alcuni anni fa, “fotografando” e misurando quale substrato cerebrale corrisponda alle diverse immagini viste da volontari svegli. Si è trattato poi di verificare come uno stesso oggetto venga “scritto” nei nostri neuroni a seconda che la persona dorma o sia sveglia. La “scrittura” è diversa?

OCCHI APERTI E OCCHI CHIUSI - «No, il gruppo di Tamako ha trovato che le “impronte” sono sovrapponibile fra veglia e sonno – interviene il professor  Luigi De Gennaro, docente di Psicofisiologia del sonno normale e patologico all’Università la Sapienza. Che però invita alla cautela contro i facili entusiasmi. E continua nella spiegazione dell’esperimento. Il volontario dormiente viene svegliato tante volte finché non si trova un’immagine del sogno la cui, diciamo, “fotografia” cerebrale appare uguale a una già registrata in stato di veglia. Lo si chiama, insomma, per chiedergli: «Hai sognato il tal oggetto?» Se la persona risponde sì, siamo alla predizione del sogno. Alla sua (oltremodo rudimentale) lettura. 

«Certo, i livelli di sovrapponibilità tra veglia e sonno, quindi l’accuratezza della predizione, raggiunti sono del 65 %. Che ai profani può sembrare tanto, ma non è così...».

Un appunto comune mosso da Bertini e di De Gennaro sta nel fatto che comunque negli studi del giapponese Masako Tamaki non si tratta davvero di sogni. Si tratta di “allucinazioni ipnoagoniche”, quelle visioni che si hanno tra la veglia e il sonno. «I volontari vengono sempre svegliati nella fase di addormentamento (stadio ipnoagonico), non si attende la fase Rem, quella del rapido movimento degli occhi sotto le palpebre chiuse che segnala le fasi di vero sogno».

I RISVOLTI FUTURIBILI - Al profano sfugge la fondamentale rilevanza di fotografare sogno e mezzo-sogno, ma non le possibili applicazioni rivoluzionarie che, se scoperta, una tale macchina comporterebbe.

«Si pensi solo – avverte il professor Luigi De Gennaro – ai non vedenti congeniti, come nel film di Wenders, all’evoluzione nel costruire robot, si pensi soprattutto al sistema giudiziario: se diventasse vero che poter frugare da svegli anche nei ricordi e nelle immagini di chi è indagato…».

Altro che macchina della verità. La faccia dei complici uscirebbe “stampata” dal cervello anche di chi non vuole confessare.

Serena Zoli


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