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I terribili traumi della guerra: ucciso il nemico, molti soldati si suicidano

pubblicato il 13-11-2012

E’ l’ultimo dato riscontrato sui veterani Usa: i soldati che più hanno dato la morte commettono suicidio il doppio dei compagni. Ma il suicidio si è rivelato un “effetto collaterale” devastante anche sotto un altro profilo: nell’esercito americano ormai sono più i morti per mano propria che per mano del nemico

I terribili traumi della guerra: ucciso il nemico, molti soldati si suicidano

E’ l’ultimo dato riscontrato sui veterani Usa: i soldati che più hanno dato la morte commettono suicidio il doppio dei compagni. Ma il suicidio si è rivelato un “effetto collaterale” devastante anche sotto un altro profilo: nell’esercito americano ormai sono più i morti per mano propria che per mano del nemico  

Più uccidi in guerra, e più cerchi il suicidio.  E’ (l’ultima) maledizione appena scoperta a carico dei militari americani in guerra. L’indagine è stata svolta sui reduci del conflitto del Vietnam dal Centro medico per i veterani di San Francisco, ma trova una sconvolgente eco in altre recenti indagini condotte sui combattenti in Iraq e in Afghanistan: risulta che ne uccide più il suicidio che la guerra. Il dato è stato constatato, e confermato, negli ultimi due anni. Nei primi  sei mesi  del 2012 i suicidi sono stati ben 154, cioè uno al giorno. Per continuare la scioccante contabilità, nel 2010 i suicidi sono stati 468 contro i 462 caduti sui luoghi di battaglia.

CENTRI DI CURA - Darsi la morte da sé, anche stando ai ricercatori della Difesa Usa, si è rivelato “l’effetto collaterale” più sorprendente e incontrollabile tant’è che tra il 2004 e il 2008 è andato aumentando dell’80% benché molti siano i centri specializzati negli Stati Uniti per la cura psicologica e psichiatrica di chi è stato o è in guerra. Medici preparati in particolare a curare il Disturbo traumatico da stress (ptsd), l’uso di droghe e alcool, depressione, il discontrollo violento. Osserva la dottoressa Shira Maguen del Centro di San Francisco per i veterani: «Le persone hanno una grande difficoltà a parlare delle proprie esperienze  di guerra e soprattutto d’avere ucciso. Noi specialisti dobbiamo avere presente che questo può essere un fattore importante nel paziente con idee suicidarie, anche se lui non ne parla. Occorre condurre queste conversazioni all’interno di un ambiente terapeutico che comunichi sostegno, comprensione, così da rendere facile l’aprirsi su queste esperienze di uccisioni».

GRIDO D’AIUTO - Risulta in effetti che il 45% dei veterani suicidi si era rivolto a un ambulatorio medico nei 30 giorni precedenti il gesto fatale. «Si trattava probabilmente dell’estremo grido di aiuto», scrive il dottor Mark Reger sul Military Surveillance Monthly Report, ma evidentemente o non è stato udito o non è bastato il supporto offerto. Resta che dei 30mila suicidi commessi negli Stati Uniti ogni anno ben il 20% sono compiuti da veterani di una qualche guerra. C’è molto da fare nel campo della cura di questi traumi da conflitti che non risparmiano gli shock, oltre che ai militari, ai civili dei paesi coinvolti. Incuriosisce, sotto il profilo umano, che l’esperienza di dar la morte in guerra risulti tanto più penalizzante da sopraffare, nel doppio che negli altri casi, l’istinto di sopravvivenza. Viene istintivo pensare alla forza della legge morale, alla potenza del comandamento inciso dentro di noi: «Non uccidere!».

DANNO PSICO SOCIALE - Ma – osserva il professor  Paolo Castrogiovanni, che ha contribuito alla nascita presso l’Università di Siena dell’Osservatorio nazionale per la valutazione e la terapia del danno psico-sociale nelle vittime del terrorismo e nei loro familiari, dunque specializzato in ptsd - «l’uccisione in guerra è legittimata dalla filosofia del conflitto: o ti uccido io o tu uccidi me. Chissà se a livello individuale questa filosofia basta a dare l’assoluzione. Ma più che alla colpa, io penso allo shock di uccidere, emotivamente più forte degli altri traumi da combattimento. Però, con le guerre d’oggi, come si fa a sapere se e quanta gente hai ucciso in combattimento?». E’ vero, però, che almeno della famigerata guerra del Vietnam, la “sporca guerra” per eccellenza su cui ha condotto la sua indagine Shira Maguen, si conservano tante testimonianze di incontri molto ravvicinati col nemico da uccidere, vis-à-vis, e anche di non poche stragi molto ravvicinate di civili.

Serena Zoli 


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