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La forza per superare i traumi, anche infantili, si può imparare

pubblicato il 29-07-2013
aggiornato il 12-01-2017

Le sofferenze subite da piccoli possono stimolare le risorse del cervello per un buon adattamento, ma il rischio è di pagare il conto nell'età adulta. Una ricerca lancia questa ipotesi. Ma i più attuali studi confermano che la resilienza, cioè la capacità di superare i disagi psichici, è una forza che si può acquisire

La forza per superare i traumi, anche infantili, si può imparare

Le sofferenze subite da piccoli possono stimolare le risorse del cervello per un buon adattamento, ma il rischio è di “pagare il conto” nell’età adulta. Una ricerca lancia questa ipotesi. Ma i più attuali studi confermano che la resilienza, cioè la capacità di superare i disagi psichici, è una “forza” che si può acquisire

Le sofferenze e i traumi subiti da piccoli possono prima far bene, poi far male. E’ questo l’insolito esito di una ricerca riportata su Biological Psychiatry e condotta da studiosi indiani e americani dell’Istituto Tata di Mumbai, in India.
Va subito detto che l’indagine è stata condotta su topi e come stress della prima infanzia è stata scelta la separazione dalla madre. Seguendo poi, nella crescita, i mutamenti nel cervello e i comportamenti degli animaletti, sono stati constatate , nella loro prima età adulta, queste trasformazioni: una maggiore produzione di nuove cellule (neurogenesi) nell’ippocampo e del fattore neurotrofico cerebrale (Bdnf), che è una delle chiavi di modulazione della neurogenesi; infine, una maggiore capacità di imparare in una situazione di stress.

IL PREZZO DELLL’ADATTAMENTO - Questi mutamenti, hanno spiegato i ricercatori, sono tutti segni di buon adattamento, in pratica superamento della sofferenza subita nella prima età. La ricerca, però, è andata avanti e, arrivata all’età di mezzo delle cavie, ha constatato una caduta di tutti gli elementi sopra elencati: ridotta neurogenesi nell’ippocampo, ridotto sviluppo del Bdnf e ridotte capacità mnemoniche. Tutti segni di un cattivo adattamento agli stress infantili. Come se questo fosse - ha osservato il professor Vidita Vaidya – il caro prezzo che si paga, dopo, per la risposta efficiente dei primi tempi. Finale consolatorio: si è visto che, somministrando antidepressivi, i segni cerebrali di disadattamento, che in concreto vuol dire sofferenza, spariscono dal cervello.

LO SGUARDO DELLA PSICOANALISI - Sui risultati di questa indagine interpelliamo il professor Massimo Biondi, che ha condotto ricerche nello stesso ambito insieme con il collega Angelo Picardi. Direttore del Dipartimento di Scienze psichiatriche e Medicina psicologica all’Università la Sapienza di Roma, Biondi parte dalla storia: «Questo legame tra esperienze negative dell’infanzia e modificazione dei comportamenti in età successive fu già individuata negli anni ’30 dai primi psicoanalisti, anzi, questa è l’impalcatura della psicoanalisi, però allora non c’erano evidenze. Le prime vennero negli anni ’60: si vide allora che le esperienze precoci in un ambiente ricco di stimoli producevano una corteccia cerebrale più spessa e un maggior numero di connessioni tra le cellule cerebrali».

EFFETTI VISIBILI ANCHE SULLE DIFESE IMMUNITARIE - E’ allora la prima volta che le emozioni appaiono “scritte” nell’anatomia. «Sì. E negli anni ’70 si osservò che moderati traumi - superati dal soggetto - nell’infanzia, rinforzano i sistemi di risposta allo stress così che da adulti si hanno reazioni ormonali più equilibrate di fronte a problemi o pericolo. Perché si diventa più “resilienti”».
Vuol dire che si affrontano le difficoltà meglio, e con minor sofferenza? «Certo. Poi la ricerca è andata oltre: noi per esempio abbiamo pubblicato uno studio dove a un precoce attaccamento affettivo insicuro è correlato una più bassa efficienza dei linfociti “natural killer”, che possiamo definire i guardiani contro tumori e virus». Ma la ricerca di Mumbai parla di una buona risposta iniziale a un pesante stress nella prima infanzia e di un successivo crollo…  «Già, lo stress acuto lì per lì aiuta a reagire, scatta la spinta a sopravvivere, è la forza della vita che nel bisogno mobilizza anche forze estreme. Ma spesso la paghi sul lungo termine perché la crescita non è stata normale, è sbilanciata. E allora cominciano i dolori».

LA RESILIENZA SI IMPARA - Ovviamente non c’è una correlazione meccanica tra dolori infantili e risposta adulta: «Contano le risorse fisiologiche o psicologiche o psico-sociali che uno può mettere in campo. Se uno è nato pauroso, fa meno fronte. Se uno perde la mamma, ma poi ha una nonna affettuosa, conta. Mentre se perde anche la nonna, cambia scuola, è vittima di bullismo beh, allora, se c’è una sequenza di traumi è ben più difficile non affondare». La sorpresa sta nella seguente affermazione di Biondi: «Però la resilienza si impara. Insieme con gli psicofarmaci, io la insegno ai miei pazienti. In breve, consiste in quello che uno dice a se stesso per spiegarsi quello che accade. E’ come percepiamo le cose che importa, non come sono». Sul rapporto psichiatra-paziente, infine, Massimo Biondi sottolinea quanto si evince dagli studi fin qui citati: «Un legame stabile e duraturo  è fondamentale per la cura. Se io tratto in modo accogliente e costante nel tempo un paziente, non è più un atto di cortesia o di affetto: ora lo sappiamo, è un fatto che induce stabilità cerebrale, dunque è parte della terapia».

Serena Zoli


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