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Lavoriamo insieme per cambiare il mondo

pubblicato il 17-11-2012

David Grossman, Kathleen Kennedy, Shirin Ebadi, Mhariam Al-Khawaja e tanti altri che da anni si battono per cancellare le terribili ferite della dignità umana: la guerra, la tortura, la pena di morte, il carcere a vita. Non lasciamoli soli in questa battaglia dei diritti civili

Lavoriamo insieme per cambiare il mondo

David Grossman, Kathleen Kennedy,  Shirin Ebadi,  Mhariam Al-Khawaja e tanti altri che da anni si battono per cancellare le terribili ferite della dignità umana: la guerra, la tortura, la pena di morte, il carcere a vita. Non lasciamoli soli in questa battaglia dei diritti civili

Bombe. Missili. Bare allineate nel fondo di un’immensa fossa polverosa. Urla disumane, mentre tutto salta per aria e le madri portano in braccio i figli morti. A contrappunto di speranza, l’orchestra di Daniel Barenboim in cui suonano insieme giovani palestinesi e giovani israeliani. I popoli che vivono nel disastro continuo erano appena sfilati sul grande schermo dell’Aula Magna dell’università Bocconi,  quando ha preso la parola lo scrittore israeliano David Grossman, al quale Science for Peace ha assegnato l’Art for Peace Award 2012. 

ISTINTO DI VENDETTA - Nella sua patria c’è la ventata di guerra dei missili lanciati su Tel Aviv, e Grossman parla di quanto gli sembra strano e inconsueto camminare per le strade di Milano senza aver paura, senza sentire l’allerta dei muscoli che preparano la fuga. Nel 2006 gli morì il figlio Uri nella guerra del Libano, ma lui spiega che la tragedia veramente irrimediabile, contro la quale non bisogna stancarsi di lottare,  è il terribile potere corruttore della guerra e della violenza, che cambiano la natura umana: «Come ci ha svelato la scienza, non c’è l’aggressività nel Dna dell’uomo, ma vivere in mezzo alla guerra cambia questo Dna, produce dentro di te il sospetto, la paura e il dolore». Per cercare e costruire la pace, bisogna spegnere entro di sé questa violenza reattiva, e considerare fuori dalla legge umana l’istinto della vendetta.

DIGNITA’ DELLA PERSONA - Umberto Veronesi, che ha voluto fondare quattro anni fa il Movimento Science for Peace, vede nella pace e nella dignità dell’uomo una speranza onnicomprensiva, che va dal rifiuto della guerra, alla pena di morte («Assassinio di Stato»), all’ergastolo a vita, «agonia continua».  Per costruire la pace bisogna resistere al desiderio di vendetta, senza mai stancarsi di portare nella società civile la luce della ragione. Kathleen Kennedy, avvocato e vicepresidente di Science for Peace, aveva appena dodici anni quando suo zio John Fitzgerald Kennedy fu assassinato a Dallas. Ha letto una lettera che gli scrisse, in quelle ore di disperazione e di caos, suo padre Robert che sarebbe andato incontro allo stesso destino cinque anni dopo: «Ormai sei grande, Kathleen. Devi cominciare a lavorare per cambiare il mondo. Papà»

TORTURA ED ERGASTOLO - E costruire la pace è anche far conoscere a tutto il mondo la violenza dei Paesi dove i diritti umani non sono riconosciuti, e dove è negata perfino la libertà delle idee. Quando sul palco di questa quarta Conferenza è salita una signora di mezza età con il volto dolce e gli occhi tristi, molti l’hanno riconosciuta:  l’iraniana Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace nel 2003, avvocato e attivista dei diritti umani. In Iran sono delitti puniti con la morte cose che nel resto del mondo non sono reati: essere omosessuali, bere alcolici più di tre volte. C’è la pena di morte anche per i minorenni: le bimbe possono essere mandate al patibolo già dai nove anni di età, e i maschi a partire dai quindici. Esiste la crocifissione, perfino. Molti  povericristi vengono crocefissi, le donne adultere vengono lapidate infilandole fino alla vita in una fossa, ai ladri si troncano le mani con un colpo di scure. E le esecuzioni sono pubbliche, cosicché diventano, oltre che vendetta sociale, scuola di violenza che potrà generare altri delitti.

Non si può non pensare agli Stati Uniti, in cui anni fa (come si è detto in una tavola rotonda della giornata) un giornale autorevole propose la diretta tv per un’esecuzione capitale. E l’ergastolo, di cui in occidente si discute con leggerezza parlando di «buttare via le chiavi»? Shirin Ebadi, che è stata lei stessa un detenuto politico, ha parlato delle celle minuscole, dell’isolamento totale, delle morti in prigione per tortura. E ha rivolto un appello ai governi: non intrattenere amichevoli rapporti d’affari con i Paesi che non riconoscono i diritti umani.

Far sapere, informare. Come fa la giovane Maryam Al-Khawaja, figlia dell’avvocato che fondò il Centro per i Diritti Umani nel Bahrein, e che l’anno scorso è stato condannato all’ergastolo. Maryam è una ragazza del nostro tempo, usa Twitter e Facebook. Ha mandato 18mila tweet, ne ha ricevuti 63mila. E così fa viaggiare in tutto il mondo le notizie dei Paesi senza diritti, Paesi dove la polizia e le autorità fanno quello che vogliono, e le persone non sono cittadini, ma «soggetti» .


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