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L’epatite infetta 600 milioni di persone. Molti, però, non lo sanno

pubblicato il 12-09-2011
aggiornato il 18-01-2017

Il 28 luglio è la Giornata Mondiale per la lotta all’epatite virale, un’epidemia silenziosa che si combatte con la prevenzione, fatta di informazione, vaccini, siringhe monouso e profilattici

L’epatite infetta 600 milioni di persone. Molti, però, non lo sanno

Il 28 luglio è la Giornata Mondiale per la lotta all’epatite virale, un’epidemia silenziosa che si combatte con la prevenzione, fatta di informazione,  vaccini,  siringhe monouso e  profilattici

«Conoscila. Affrontala. L’epatite può colpire chiunque, ovunque». Con questo slogan si svolge il 28 luglio la Giornata mondiale per la lotta all’epatite virale, che nelle sue diverse forme (i virus A, B, C, D e E) provoca infezioni e infiammazioni al fegato che possono degenerare in cirrosi e tumori. Nel mondo si calcolano circa 600mila vittime dell’epatite B e 350mila per l’epatite C. Molte di più sono le persone che convivono con il virus, spesso senza saperlo, proprio perché l’epatite sa stare in silenzio anche per decenni.

CIFRE ITALIANE - In Italia oltre un milione e mezzo di persone sono portatori di infezione cronica da epatite B o C, nel mondo si parla di 550-600 milioni. Nel caso dell’epatite non è corretto chiamarli «portatori sani», come spiega Massimo Colombo, direttore del Dipartimento di Medicina Interna, Ospedale Maggiore di Milano: «E’ una definizione equivoca, poiché l’infezione cronica virale è uno stato di malattia, anche se fortunatamente solo una quota minore di questi pazienti sviluppa un severo danno progressivo al fegato. La maggior parte dei pazienti ha lievi danni al fegato e pertanto ha minori probabilità di sviluppare le complicanze severe dell’epatite, come cirrosi ed epatocarcinoma. L’aspetto insidioso della epatite cronica virale è la tendenza per molti decenni a decorrere senza sintomi specifici, per questo la diagnosi è spesso tardiva».

PORTATORI SANI? - La quota di portatori di infezione cronica destinata ad ammalarsi seriamente rimane tuttavia considerevole. «Circa il 30% di tutti i pazienti con infezione cronica di epatite virale B e C sviluppa cirrosi nell’arco della vita e, di costoro, ogni anno da uno a tre su cento sviluppano un tumore primitivo del fegato» spiega Colombo. «L ’infezione cronica non tende spontaneamente a guarire e, mentre alcuni pazienti hanno lunghe pause nella progressione verso le complicanze, in altri la malattia subisce accelerazioni, sotto la spinta di alcuni fattori come il sovrappeso corporeo, il diabete, il fumo di tabacco e l’abuso quotidiano di bevande alcoliche. L’unico approccio pratico capace di ridurre la morbidità e mortalità per complicanze tardive dell’infezione virale è la prevenzione della infezione stessa e il trattamento dei pazienti infetti».

USCIRE DAL SILENZIO - Un aspetto fondamentale per chi vive con l’epatite è la qualità della vita. Una delle “complicanze” delle malattie infettive è la disinformazione verso una malattia spesso misconosciuta. C’è chi non stringerebbe la mano a un portatore di HCV. «La maggioranza dei pazienti, infatti, vive lo stato di portatore cronico di epatite virale con difficoltà, poiché percepisce le barriere erette nei loro confronti, che si sommano al naturale senso di responsabilità del portatore timoroso di trasmettere l’infezione, in particolare con l’attività sessuale» commenta Massimo Colombo. Ma quali sono i rischi reali di danneggiare gli altri? «In realtà, il rischio di trasmettere l’infezione per via non sessuale è ragionevolmente contenuto in un’epoca di strumenti sanitari pungenti monouso, mentre la  prevenzione della trasmissione sessuale delle malattie virali è possibile mediante profilattico. Ogni portatore può dare un contributo importante alla prevenzione della diffusione del contagio, anche solo notificando il proprio stato di salute agli erogatori di servizi sanitari, in particolare odontoiatri e medici che erogano servizi ambulatoriali».

SCREENING? UN PROBLEMA DI RISORSE - Perché tante persone vivono inconsapevoli di essere malati e perché non è possibile pensare a  screening generalizzati sulla popolazione? «Poiché nella stragrande maggioranza dei casi l’epatite virale è trasmessa per via parenterale (attraverso sangue e liquidi biologici), i portatori di infezione non possono essere facilmente identificati solo con la raccolta della storia medica. Lo screening obbligatorio, oggi è focalizzato solo su due popolazioni: i donatori di sangue e le partorienti. D’altro canto, le società scientifiche e le autorità sanitarie, non solo italiane, sono riluttanti a promuovere lo screening di massa per l’epatite virale B e C vista la carenza di adeguate risorse economiche per trattare tutti i pazienti riconosciuti affetti (in Italia ogni anno si curano alcune decine di migliaia di pazienti con epatite virale C, con una spesa globale che sfiora i 200 milioni di euro). Uno screening di massa tra la popolazione adulta potrebbe far emergere diverse centinaia di migliaia di individui meritevoli di cura, ed in parallelo un insostenibile aggravio delle spese sanitarie». Un esempio? I nuovi farmaci per la cura dell’epatite C. «Gli inibitori della proteasi HCV entreranno in commercio tra un anno, sommandosi a quelli già in uso, guariscono il 75% dei pazienti con genotipo virale difficile e faranno lievitare di almeno 4 volte il costo del trattamento che oggi è di circa 8000 euro a paziente – spiega Colombo -. Il dilemma è se lanciare screening di massa, con il rischio di lasciare molte persone prive di cure per mancanza di risorse, dopo averle rese consapevoli di avere una potenziale malattia evolutiva del fegato».

HBV, VACCINARE I NUOVI NATI - La parola chiave, dunque, resta la prevenzione, che nel caso dell’epatite B ruota intorno al cardine della vaccinazione dei bambini, di cui a settembre ricorreranno i 20 anni. «Oggi gli italiani di età inferiore a 30 anni sono protetti contro questo virus, mentre nella popolazione di età superiore circa il 15% degli individui ha naturalmente acquisito anticorpi anti HBV protettivi grazie a infezioni spontaneamente guarite. Molto infatti dipende dall’età: praticamente tutti gli adulti che si infettano guariscono spontaneamente mentre gran parte dei neonati e dei bambini con epatite B cronicizzano, ecco perché si vaccinano contro l’epatite B i neonati e non gli adulti».

IMMIGRAZIONE E VIAGGI - Oggi un nuovo capitolo pare aprirsi con i flussi migratori da Paesi dove il virus HBV è endemico. «Aumentano i nuovi portatori di epatite tra gli adulti e un sempre maggior numero di adulti italiani è esposto al rischio di contrarre epatite B per via sessuale. Per questi pazienti e per coloro che per ragioni di lavoro o turismo possono avere frequenti contatti con HBV rimane valida la raccomandazione di sottoporsi spontaneamente a vaccinazione» conferma Colombo.

L’EPATITE C, VINTA CON SIRINGHE MONOUSO  - E per l’epatite C? «La sua diffusione in Italia ed in altre nazioni economicamente evolute è stata significativamente ridotta dallo screening dei donatori di sangue e dall’impiego di strumenti di piccola chirurgia e siringhe monouso. Restano limitati rischi di trasmissione legati ai rapporti sessuali, prevenibile con l’uso del profilattico, alla esposizione accidentale a fonti di contagio come con piercing, tatuaggi e occasionalmente nel corso di procedure ospedaliere ambulatoriali».

 

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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