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Quando operare il cervello è utile per combattere la depressione

pubblicato il 17-07-2013
aggiornato il 05-09-2017

La psicochirurgia è tornata di attualità dopo una ricerca di un gruppo di neurologi canadesi. Gli esperti: «È utile ed efficace quando hanno fallito altri trattamenti»

Quando operare il cervello è utile per combattere la depressione

 

La psicochirurgia è tornata di attualità dopo una ricerca di un gruppo di neurologi canadesi. Gli esperti: «È utile ed efficace quando hanno fallito altri trattamenti».

Più che nuovo, l’approccio è stato profondamente aggiornato. La psicochirurgia - la pratica di qualsiasi atto chirurgico sull’encefalo volto al trattamento di disturbi psichici o comportamentali - è vecchia di alcuni millenni, se si considera che già in era neolitica si praticava la trapanazione cranica terapeutica, anche per la cura di disturbi mentali. Nel secolo scorso il suo studio è valso il premio Nobel per la medicina al neurologo portoghese Egas Moniz (1949). Oggi se ne riparla per la cura delle forme gravi di disturbo ossessivo-compulsivo.

LA PSICOCHIRURGIA – Sull’argomento è tornato un gruppo di neurologi dell’Università di Laval, in Quebec (Canada). In una ricerca pubblicata sul Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry, gli studiosi hanno dimostrato gli effetti a lungo termine (con un follow-up di sette anni) di una capsulotomia anteriore effettuata su un gruppo di pazienti affetti da disturbi ossessivo-compulsivo (sette gli interventi simili effettuati in Italia). Dei 19 soggetti osservati, quasi il 50% ha risposto alla procedura. Spiega Angelo Franzini, direttore dell’Unità di neurochirurgia III dell’istituto neurologico “Carlo Besta” di Milano. «L'interesse per la terapia chirurgica dei disturbi psichiatrici è rinato dieci anni fa, in seguito alla diffusione delle meno invasive metodiche di neuromodulazione che prevedono il posizionamento degli elettrodi in strutture profonde del cervello, in modo che i segnali elettrici generati da pacemaker molto simili a quelli utilizzati in cardiologia possano modificarne la funzione». Tale metodica è reversibile: sospendendo la stimolazione, la situazione ritorna come prima. È questo il principale vantaggio rispetto ai vecchi interventi irreversibili di psicochirurgia, basati sulla disconnessione o sulla distruzione di strutture cerebrali specifiche.

LE DIVERSE METODICHE - Da anni si impiegano quasi esclusivamente tecniche reversibili che non danneggiano il cervello. La stimolazione è effettuata sui nuclei talamici nel trattamento delle forme gravi di sindrome di Tourette, sul nucleo accumbens per curare la depressione, sull’ipotalamo posteriore per risolvere i casi di aggressività. L’ippocampo e l’amigdala potrebbero essere bersagli efficaci per la schizofrenia, anche se non sono ancora disponibili dati certi. «Le tecniche lesionali sono però necessarie per la cura dell’ansia e del disturbo ossessivo-compulsivo, su cui si interviene con la capsulotomia anteriore - afferma Alberto Priori, direttore del centro per la neurostimolazione e le neurotecnologie dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano -. Il disturbo schizoaffettivo, invece, risultato migliorato con la cingolotomia anteriore».

QUANDO RICORRERE ALLA CHIRURGIA? - Oggi i disturbi psichiatrici vengono trattati in prima battuta con i farmaci, in alcuni casi supportati dalla psicoterapia. Ma quando la scelta non riporta gli effetti sperati, diventa utile intervenire in sala operatoria. «L’ipotesi chirurgica è considerata nei pazienti gravi che non hanno avuto una sufficiente risposta a qualsiasi altro trattamento - prosegue Priori -. Oltre al disturbo ossessivo-compulsivo, le principali patologie che possono avere un beneficio dalle moderne tecniche sono la depressione maggiore, la sindrome di Tourette e l’aggressività. Le metodiche che si basano sulla neuromodulazione elettrica vanno a stimolare esclusivamente la struttura anatomica coinvolta dal disturbo specifico. Questo spesso non accade con i farmaci, che hanno effetti collaterali sistemici che possono rendere il rapporto rischio-beneficio meno favorevole».


Fabio Di Todaro
@fabioditodaro


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