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Troppo lavoro raddoppia il rischio di depressione

pubblicato il 01-03-2012

Un’indagine finlandese mostra questo collegamento. L’esperto: «Colpa dello stress fisico, ma anche dello stress per liti in famiglia o per non poter fare attività che piacciono». Ma per i “workaholics” il lavoro è una “droga” che protegge dal male oscuro

Troppo lavoro raddoppia il rischio di depressione

Un’indagine finlandese mostra questo collegamento. L’esperto: «Colpa dello stress fisico, ma anche dello stress per liti in famiglia o per non poter fare attività che piacciono». Ma per gli stacanovisti il lavoro è una “droga” che protegge dal male oscuro

Lavorare stanca, scriveva in versi Cesare Pavese. Ma non solo stanca: se troppo, può far sprofondare in depressione (altra esperienza che, ahimè, Pavese ben conosceva) il doppio del normale. I dati vengono da una ricerca finlandese condotta dalla dottoressa Marianna Virtanen, direttrice dell’Istituto salute e lavoro di Helsinki, che ha ripercorso un’indagine di anni fa su circa 2.000 funzionari pubblici britannici. Rivisti dopo sei anni, quanti erano stati impegnati nel lavoro per circa 11 ore al giorno o più erano risultati caduti in depressione in una percentuale per l’appunto doppia del normale tra la normale popolazione. Qualche maggiore fragilità evidenziata: più facile cadere nella tristezza patologica per le donne più giovani e per gli addetti a mansioni di minor livello (dunque, si suppone, meno motivanti).

STRESS  A DUE DIMENSIONI- Come si dà questo abbinamento fra troppo lavoro e depressione? «Si dà sulla base dello stress, che spesso è all’origine della depressione», risponde  Andrea Fagiolini, direttore del Dipartimento di salute mentale all’Università di Siena. «Stress in senso fisico, di fatica, ma io considererei anche la valenza di stress nell’essere impossibilitati a fare cose che piacciono: stare in famiglia, stare con amici, coltivare un hobby, tutte  attività che svolgono un’azione protettiva nei confronti di una caduta dell’umore». Soprattutto, evidenzia lo psichiatra senese, ha una forte potenza protettiva l’attività fisica: «Addirittura uguaglia l’efficacia dei farmaci o della psicoterapia nella prevenzione delle ricadute nella depressione unipolare». Ma palestra, canoa o corsa che sia, ciascuna di queste pratiche richiede tempo libero, che non ha chi lavora dalle 11 ore in su. Gli autori della ricerca, pubblicata sulla rivista online Plos One, snocciolano i loro risultati, ma invitando alla cautela nell’interpretarli. Occorrono altri studi più ampi, dicono in sostanza, vanno coinvolti altri tipi di lavoratori, può essere che la cultura di un paese influenzi gli stati d’animo.

E IN GIAPPONE?- Vien da pensare che un’analoga indagine condotta nel 2003 in Giappone e che non ha trovato legami tra superlavoro e superdepressione riveli la “protezione” dallo stress fornita appunto ai giapponesi dalla mentalità diffusa da loro che esalta il lavorare tanto. Su questa ipotesi concorda il professore Fagiolini. Ma gli “workaholics” di casa nostra o degli Stati Uniti, dove il termine è stato coniato per dire i “drogati del lavoro”, che volontariamente stanno in ufficio fino a notte o che si portano sempre appresso il lavoro via computer e via palmari e tablets, questi workaholics come stanno a depressione? «Ah no, niente depressione! Anzi, per queste persone il lavoro funziona da potente antidepressivo. Sono individui che si avvolgono dentro la dimensione lavoro perché non hanno altri interessi o non hanno, fuori, altre dimensioni appaganti. Dipende dalle aspettative di ogni persona. Per diversi workaholics si ipotizza piùttosto uno scivolamento nel disturbo ossessivo».

Serena Zoli


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