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Un grasso "buono" potrebbe aiutare a prevenire o contrastare il diabete

pubblicato il 26-11-2014
aggiornato il 07-02-2017

Nuove speranze dalla scoperta di una nuova categoria di lipidi prodotti dall’organismo, i FAHFA. Lo studio è ancora sperimentale

Un grasso "buono" potrebbe aiutare a prevenire o contrastare il diabete

Non c’è due senza tre, nemmeno per i grassi. Dopo i già noti omega-3 e omega-6, un gruppo di ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center (Bidmc) di Boston e del Salk Institute di La Jolla, in California, avrebbe infatti scoperto una categorie di molecole del grasso finora sconosciute, con effetto benefico sull’organismo. I primi risultati dello studio, effettuato su modelli animali e pubblicati su Cell, potrebbero aprire la strada a trattamenti innovativi per le malattie metaboliche e infiammatorie.

 

IL TERZO GRASSO

Si chiamano 'Fahfa' (acid-hydroxyl fatty acids) e sono dei nuovi grassi (lipidi)reperiti nei topolini, quindi in ricerche di laboratorio, in cellule adipose e non presenti nell’organismo. Svolgerebbero, dicono gli specialisti, una azione salutare perché i Fahfa sono equiparabili per bontà agli omega-3, ma fra i due grassi esiste una grossa differenza "produttiva". Mentre i primi devono essere introdotti nell’organismo con la dieta - di omega 3 e 6 ad esempio ne sono ricchi il pesce, i semi (di soia, di lino, di chia), le uova, il cavolfiore o gli spinaci - i Fahfa vengono sintetizzati direttamente dall’organismo.

 

I VANTAGGI

Hanno almeno due meriti terapeutici, i Fahfa. I livelli di questo grasso buono sono facilmente reperibili e misurabili nel sangue, quindi a basso costo, con un semplice prelievo e possono aiutare a identificare il problema già in fase iniziale: «Basse concentrazioni di Fahfa – dichiara Barbara Kahn, fra gli autori dello studio e Vice Presidente del Dipartimento di Medicina del Bidmc - possono essere possibili indicatori precoci del rischio di sviluppare diabete di tipo 2». Ma soprattutto, essendo autoprodotti, si potrebbe modularne le quantità nell’organismo: «Ma non solo – aggiunge la ricercatrice –: anche la ripartizione in tutto il corpo».

Questi lipidi, poi, sembrano in grado di ridurre stati infiammatori: «Se queste possibilità venissero scientificamente confermate, si aprirebbero nuove prospettive per lo studio e il trattamento sia di malattie croniche a base infiammatoria, come il morbo di Crohn e l'artrite reumatoide, sia di quelle correlate a uno scorretto metabolismo come nel caso del diabete».

 

LA RICERCA

Come si è arrivatati a questa conclusione? Partendo dalla creazione e dall’osservazione di topi geneticamente modificati nei quali era stata amplificata l’espressione di una particolare proteina – chiamata Glut 4 – implicata nel trasporto di glucosio alle cellule. Questa proteina ha rilevanza anche nell’uomo: sembra essere infatti in concentrazione minore in chi soffre di insulino-resistenza, che è alla base della malattia diabetica, ma non solo.

La proteina Glut pare correlata anche a livelli di Fahfa inferiori del 50-75%, in caso di cattiva gestione dell’insulina. «Nel corso della ricerca abbiamo notato – conclude la Kahn - che la sovraespressione di Glut-4 era sufficiente per aumentare la tolleranza al glucosio e proteggere i topi contro il diabete, anche quando gli animali erano obesi». E nell’uomo? La speranza, studiando la correlazione tra grassi e proteine, è quella di poter intervenire, anche con la correzione della dieta, prima che un segnale diventi vera e propria malattia diabetica.

 

IL PARERE DELL’ESPERTO

La scoperta è salutata positivamente anche in Italia. «Si tratta di una ulteriore conferma che il consumo di alimenti “sani”, come mele e carni bianche, contribuiscono ad aumentare con la loro introduzione nella dieta i livelli di Fahfa - dichiara Virginia Bicchiega, Medico Ricercatore Nutrizionista del Centro per l’Obesità dell’Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo (VB) e Milano -. Così si favoriscono la prevenzione del diabete e il calo ponderale che, se ben gestito, è un fattore importante per la malattia diabetica. È però utile ricordare che l’espressione di qualsiasi proteina e la popolazione recettoriale che modula la risposta dell’organismo è sempre molto diversa da individuo a individuo. Quindi saranno necessari ulteriori studi e approfondimenti prima dell’applicazione clinica a tempo debito».


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