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Cardiologia

L'alga che può salvare il cuore

pubblicato il 20-12-2012
aggiornato il 16-01-2017

Già approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) e in uso in odontoiatria e in medicina estetica, l'alginato è ora sperimentato anche per la cura delle malattie cardiovascolari

L'alga che può salvare il cuore

Già approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) e in uso in odontoiatria e in medicina estetica, l’alginato è ora sperimentato anche per la cura delle malattie cardiovascolari

Arriva dal mare, da un derivato delle alghe – l’alginato – una possibile cura per le patologie di cuore, evolute verso l’insufficienza cardiaca. Lo studio è ancora in fase preliminare ma la terapia, già testata su alcuni volontari con malattia allo stato avanzato, ha dato ottimi risultati. Tuttavia, prima di validarne l'effettiva efficacia, occorrerà estendere la sperimentazione a un  più ampio numero di pazienti.

LA RICERCA – Lo studio ha un volto internazionale: coinvolge infatti diversi centri italiani, quali il Policlinico San Donato a San Donato Milanese, gli Spedali Civili di Brescia, gli Spedali Riuniti di Bergamo, l’Università di Padova, l’Ospedale San Raffaele Pisana di Roma e centri di cardiochirurgia in Germania, Paesi Bassi, Australia e Nuova Zelanda. Obiettivo è il reclutamento di 76 volontari (i primi 2 al mondo sono italiani) per valutare l’efficacia di una terapia a base di alginato. «Questa sostanza – spiega Enrico Pusineri, direttore dell’Unità di Cardiologia Clinica e Unità Coronarica del Policlinico San Donato Milanese – è in grado di aumentare lo spessore delle pareti del ventricolo sinistro danneggiate dalla malattia, ostacolando la tendenza a dilatarsi e migliorando l’attività contrattile del cuore». Candidati alla terapia, che consiste nell’iniettare l’alginato nelle pareti del ventricolo attraverso una serie di micro-punture, sono i pazienti con una capacità contrattile cardiaca molto bassa (inferiore al 30%) a tal punto che il cuore non è più in grado di pompare sangue a tutti i distretti del corpo nella misura necessaria. Indispensabili, prima dell’intervento, sono gli esami di routine e soprattutto il test da sforzo con consumo di ossigeno, utili a valutare il prima e il dopo terapia. Breve la degenza – solo alcuni giorni – prima del ritorno al domicilio. Al paziente spetta poi registrare su un apposito diario le informazioni sulle qualità della vita che, insieme a degli esami specifici eseguiti ogni tre mesi, consentiranno di valutare i benefici del trattamento.

LE ASPETTATIVE – E’ ancora impossibile calcolare i tempi di validazione dello studio, per lo più correlati alla rapidità di arruolamento (non facile) dei candidati più idonei. Ma molte restano le aspettative, prime fra tutte quelle legate al miglioramento della qualità di vita. «Quest’ultimo aspetto – continua Pusineri – insieme alle continue ospedalizzazioni, sono i principali indicatori della gravità della malattia cardiaca». Se i risultati, in corso di studio, fossero soddisfacenti l’arginato potrebbe costituire una terapia-ponte di aiuto ai pazienti in attesa di trapianto ed essere estesa anche a malati più giovani.

Francesca Morelli


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