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Cardiologia

Se il paziente è anziano lo si cura di meno

pubblicato il 30-07-2012
aggiornato il 17-01-2017

Ogni anno 150mila anziani hanno un infarto e circa 6 milioni soffrono di malattie cardiovascolari. Ma oltre il 50 per cento non riceve terapie adeguate per discriminazione legata all'età. Così è nata la Società di Cardiologia Geriatrica

Se il paziente è anziano lo si cura di meno

In Italia ci sono cinquecentomila ultranovantenni, un risultato che dimostra come la scienza regala anni di vita. E se oggi l’aspettativa di vita raggiunge gli ottant’anni,  chi nasce oggi ha un’aspettativa di cento anni. Ma arriveremo veramente a questo traguardo? A sentire i medici di oggi sembra molto difficile, perché le cure per l’anziano sono inadeguate. Lo dice una ricerca dell’Economist Intelligenze Unit che ha intervistato 1130 professionisti medici europei sulla qualità delle cure per l’anziano. La metà di loro ha confermato che la principale barriera all'accesso a cure sanitarie ottimali è l'età: oltre la metà degli over65 rischia di ricevere cure inadeguate. E a temere per il proprio futuro sono gli stessi medici: l'80% dichiara di essere preoccupato dei trattamenti che riceveranno  per colpa dell’ageismo,cioè la discriminazione degli anziani in base all'età. Dati italiani confermano i timori: ogni anno 150mila anziani hanno un infarto, oltre 6 milioni soffrono di malattie cardiovascolari, ma più del 50% non riceve terapie adeguate.

NUOVO ORGANISMO -  Proprio per far fronte a questa discriminazione è nata  la Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe), fondata da un gruppo di rappresentanti della cardiologia e della geriatria italiana, che hanno sottoscritto il primo manifesto interdisciplinare contro l’ageismo. "La nuova società – spiega Niccolò Marchionni, neoeletto Presidente SICGe e Ordinario di Geriatria all'Università di Firenze – nasce dall’idea di fondere cultura geriatrica e cardiologica per identificare i cardiopatici anziani fragili più bisognosi di cure personalizzate e per sensibilizzare cittadini e mondo sanitario all’importanza di aderenza terapeutica ed equità nell’accesso alle cure. Ma non è soltanto colpa dei medici o dei servizi sanitari se l’anziano ha cure inadeguate. Spesso sono anche loro ad abbandonare la cura, mentre è dimostrato che, nel post-infarto, un'aderenza terapeutica  potrebbe prevenire ogni anno la morte di circa 200 anziani".  

CURE INADEGUATE - Ma l’inadeguatezza delle cure è anche nei fatti. Dice  Alessandro Boccanelli,  Direttore del Dipartimento di Malattie Cardiovascolari dell’Ospedale San Giovanni di Roma:"Le  patologie cardiovascolari, come l’infarto che colpisce di più tra i 66 e i 69 anni, lo scompenso, caratteristico dei 75 anni o la fibrillazione atriale, più critica per gli 80enni, coincidono appunto con le problematiche tipiche della vecchiaia. Ma sono molti i pazienti anziani che vengono lasciati nella struttura di primo soccorso, mentre i più giovani sono trasferiti in ospedali con cure più avanzate. Occorre invece – continua Boccanelli – ed è questo l’obiettivo di SICGe, sviluppare da un lato competenze che uniscano conoscenze geriatriche e cardiologiche, per offrire anche all'anziano la massima appropriatezza di cure, e dall’altro promuovere la cultura della prevenzione".

ESCLUSI DALLE CURE - In questa fase non vanno comunque trascurate le malattie della sfera psichica, quali depressione e demenza – afferma Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP) –che interferiscono  sia con la diagnosi sia con la terapie delle malattie somatiche, anche perché influenzano direttamente l'evoluzione delle cardiopatie. "La depressione, ad esempio, raddoppia il rischio di mortalità ad un anno dopo un infarto. È quindi obbligatorio rilevare le condizioni di salute globale attraverso una valutazione multidimensionale".  “Ancora oggi in cardiologia – dichiara Massimo Volpe, Ordinario di Cardiologia alla  ‘Sapienza’ di Roma – l'indicazione terapeutica quali l’angioplastica, l’impianto di defibrillatori o un intervento chirurgico, viene spesso influenzata dall’età, con ingiustificata esclusione di pazienti trattabili. Sarebbe invece utile una valutazione geriatrica oggettiva, che tenga conto delle capacità cognitive, di cooperazione nell’aderenza alle terapie ed ai successivi controlli clinici”.

 


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