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Fumo
Cinzia Pozzi
pubblicato il 23-01-2014

Ospedali senza fumo: i medici smettono, gli infermieri no



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Un recente studio Usa indica un decremento di fumatori in ospedali e farmacie. In Italia, secondo una ricerca di prossima pubblicazione, i più virtuosi sono i giovani medici ma c’è ancora da investire su formazione ed educazione

Ospedali senza fumo: i medici smettono, gli infermieri no

Chi meglio di un medico dovrebbe conoscere i rischi associati al tabagismo. Eppure non è infrequente incontrare un camice bianco con la sigaretta tra le dita: in Italia, il tasso di fumatori tra il personale sanitario è equivalente a quello calcolato nella popolazione generale, in media il 23 per cento. Tuttavia dopo anni di campagne anti-fumo, iniziano a vedersi i primi successi della disassuefazione anche in corsia. I medici più virtuosi si trovano oltreoceano: oggi meno del 2 per cento dei medici americani è dipendente dal tabacco.

RECIDIVI GLI INFERMIERI- A testimoniarlo sulle pagine di JAMA, un’indagine condotta dall’Università della California che ha monitorato le abitudini legate al fumo di quasi 3 mila operatori sanitari nel biennio 2010-2011. Il confronto con dati raccolti cinque anni prima (nel periodo 2006-2007) ha evidenziato un trend decrescente nel numero dei fumatori tra medici, fisioterapisti respiratori, farmacisti e igienisti dentali. In Usa solo l’8 per cento di queste categorie professionali fuma, la metà rispetto alla popolazione generale. Gli unici recidivi sono gli infermieri diplomati il cui attaccamento alle sigarette non accenna, invece, a vacillare negli anni. Ma c’è speranza anche per questa categoria professionale: chi studia scienze infermieristiche, si è osservato, fuma in generale meno rispetto ai colleghi già in carriera.

UN CATTIVO ESEMPIO - Se da un lato il medico tabagista è percepito quasi come una contraddizione, dall’altro è un pessimo esempio soprattutto per chi vuole smettere di fumare.  «Da alcuni studi emerge che un medico fumatore è meno propenso a consigliare la disassuefazione - commenta Roberto Boffi, responsabile del Centro Antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano - Anche farmacisti e dentisti hanno ruolo importante e molte persone preferiscono rivolgersi a loro piuttosto che al medico. Per questo è bene estendere educazione e sensibilizzazione sui danni da fumo a tutto il personale sanitario, affinchè il messaggio sia poi trasferito efficacemente al cittadino»

GIOVANI E DONNE - Nel nostro Paese l’intervento di prevenzione del tabagismo sugli operatori della sanità non è stato finora così efficace come negli Usa, ma qualcosa sta cambiando. Un segnale positivo arriva proprio dal centro milanese, con un’indagine condotta su 285 medici oncologi di prossima pubblicazione: i giovani medici, soprattutto se donne, fumano meno dei loro colleghi ultracinquantenni. Risultati in netta controtendenza rispetto alla popolazione generale, dove la metà di chi smette di fumare ha oltre 40 anni e il tabagismo è in constante aumento tra i più giovani (15-24 anni, ma si inizia anche prima) e nella popolazione femminile. Conclude Boffi, coordinatore dello studio «Negli Usa si è investito molto su formazione, educazione e leggi. Anche in Italia facciamo corsi per futuri infermieri e medici, ma finora fumare è stato considerato uno stile di vita indipendente dal ruolo professionale. Negli ospedali non si fuma più ma non c’è una legge che lo vieta anche negli spazi aperti. Di fronte a certi risultati raggiunti oltreoceano viene da chiedersi se non siamo troppo permissivi e blandi nello stabilire e far rispettare le regole». A proposito di ospedali senza fumo: secondo il report 2013 dell’Istituto Superiore di Sanità sul tabagismo, due terzi degli italiani sarebbero favorevoli a vietare le sigarette anche in cortili e giardini degli ospedali.

Cinzia Pozzi


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