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Ginecologia

«La Lombardia ci sbatte la porta in faccia, ma non uccide il nostro sogno»

pubblicato il 08-10-2014
aggiornato il 06-02-2017

Elena è stata tra le prime a rivolgersi alla Toscana per effettuare la fecondazione eterologa. «La mia terra toglie ogni speranza»

«La Lombardia ci sbatte la porta in faccia, ma non uccide il nostro sogno»
La doccia fredda è arrivata tre anni fa, dopo alcuni tentativi di rimanere incinta: finiti nel nulla. Diagnosi senza appello: menopausa precoce, piuttosto rara alla sua età. Esito scontato: addio fertilità. Così la bergamasca Elena M., allora ventinovenne, impiegata nel commercio, s’è ritrovata quasi senza speranze. «Desideravo avere un figlio dal mio compagno, con cui convivo da otto anni - racconta la donna a “Fondazione Veronesi”, con l’accordo di non divulgare completamente le sue generalità -.
Invece ho dovuto ingoiare un boccone amaro: i test genetici hanno dato esito negativo e la mia malattia non ha una spiegazione certa». Quanto ai sogni di gravidanza, invece, tutto lasciava presagire una “fuga” all’estero: verso la Spagna o la Repubblica Ceca. Ad accompagnarla, siccome la genetica può giocare brutti scherzi, sarebbe stata la gemella - eterozigote -, pochi mesi fa scopertasi affetta dalla stessa sindrome.
Poi la Corte Costituzionale ha ritoccato la legge 40: via libera alla fecondazione eterologa. Per le sorelle è iniziata una nuova vita: fatta di accertamenti in sede e viaggi della speranza. Nell’eterogeneità dell’attuale scenario, infatti, l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo non ha ancora avviato i consulti e la Regione Lombardia non intende rimborsare l’intervento, i cui costi non saranno alla portata di tutti: fino a quattromila euro. Da qui la scelta di rivolgersi al policlinico Careggi di Firenze, il primo centro pubblico ad aprire le porte agli aspiranti genitori. «Anche se la Lombardia rivedesse la propria posizione, non tornerei più indietro».
 
Ce l’ha con la sua Regione, Elena?
«Mi rammarico se penso che qualcuno ha deciso di sbattere la porta in faccia a una persona malata. Non sono una donna che ha deciso a quarant’anni di rimanere incinta. È stata una malattia senza rimedio, nel pieno dell’età fertile, a lasciarmi senza alternative. Mi chiedo: è giusto che qualcuno privi anche me e il mio compagno, assolutamente sano, della possibilità di costruire una famiglia?».
 
Le sue speranze, adesso, sono affidate ai ginecologi fiorentini: com’è stato il primo impatto?
«Ottimo, motivo per cui spero di avviare e concludere la gravidanza al Careggi. Abbiamo conosciuto l’equipe a luglio, la rivedremo il 13 novembre. Dopodiché, se gli esami non riveleranno sorprese, entrerò in lista per ricevere l’ovocita da un donatore».
 
Quanto le costerà il ricorso alla fecondazione eterologa?
«Ce lo comunicheranno il 13, ma non dovremmo sborsare più di 600 euro: esami precedenti esclusi, per cui abbiamo già speso quasi il doppio. La Toscana è pronta ad aprire le porte anche a chi arriva da un’altra Regione. È un diritto sancito dalla Costituzione, quello di curarsi dove si vuole. E siccome io ho una patologia ormai accertata, ho deciso di riporre questo sogno nelle mani dei medici toscani».
 
Quali sono i tempi dell’operazione?
«Non è possibile conoscerli prima. Verificata la possibilità di ricorrere all’eterologa, resta da trovare il donatore. È su questo punto che si concentrano i miei timori: riuscirà, un Paese che non offre alcun incentivo, a trovare donne disposte a sacrificarsi fino a tal punto? Non basta il buon cuore: chi sceglie di compiere questo gesto deve sottoporsi a un ciclo di venti giorni di terapie ormonali e affrontare un breve intervento chirurgico in anestesia generale per il prelievo gli ovociti. L’Italia deve mettere a punto delle politiche di sostegno alle donatrici, altrimenti il via libera all’eterologa rischia di arenarsi di fronte alla mancanza di cellule uovo».
 
Non ha più considerato l’ipotesi di recarsi all’estero?
«Fino a pochi mesi fa non avremmo avuto alternative e tuttora, nonostante questa svolta, ci sono alcuni medici che mi suggeriscono di andare in altri Paesi: questione di esperienza e di miglior rodaggio della macchina, dicono. Ma io e mio marito siamo due impiegati e difficilmente avremmo potuto spendere quasi diecimila euro: come indicatoci in un paio di preventivi che abbiamo ricevuto da alcune cliniche. In più mia sorella è nella stessa situazione: mia mamma ci sta aiutando, ma i risparmi non sono infiniti».
 
Questione di etica: sentirà totalmente suo un figlio nato grazie all’ovocita prelevato da un’altra donna?
«Io e il mio compagno siamo cattolici praticanti. Inizialmente eravamo scettici, soprattutto pensando a come gli altri ci avrebbero giudicato. Poi ne siamo venuti fuori, grazie anche a chi ci ha fatto notare che crescere un figlio per nove mesi nel proprio utero non è un passaggio trascurabile».
 
Affido o adozione: ha mai preso in considerazione queste due alternative?
«Sì, soprattutto la seconda: che ancora oggi rappresenta l’extrema ratio, nel caso in cui non ci fossero alternative. Ma i costi sono proibitivi e l’iter è piuttosto lungo: preferirei ritrovarmi mamma con qualche anno di anticipo».  
 
Elena, a chi vuole rivolgere l’ultimo messaggio?
«Al ministro Lorenzin: perché non convincere la Lombardia ad adeguarsi alla scelta fatta da tutte le altre Regioni? Abbiamo compiuto un passo in avanti, eppure chi vive nella Regione più ricca d’Italia è costretto a fare centinaia di chilometri per vivere il momento più bello e atteso della vita di una donna».
 
 
 
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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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