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Alimentazione e microbiota: un legame con l’insufficienza renale cronica?

pubblicato il 19-05-2020

Francesca Pivari studia gli effetti che la dieta ha sulla salute dei reni. Il microbiota intestinale chiave di volta per la prevenzione e per la cura

Alimentazione e microbiota: un legame con l’insufficienza renale cronica?

Il microbiota intestinale rappresenta l’insieme dei microrganismi dei microrganismi intestinali che risiedono nel nostro tratto intestinale e che rivestono numerose funzioni per l’organismo. Tra le attività più note c’è sicuramente quella digestiva, ma studi recenti hanno messo in luce gli effetti regolatori del microbiota su diverse funzioni del corpo come quelle immunitarie, oppure la correlazione tra una flora batterica alterata e diverse patologie croniche.


È possibile pensare al cibo in tavola come strumento utile per la gestione di alcune malattie croniche? Di questi aspetti si occupa Francesca Pivari, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano nella sede dell’Ospedale San Paolo, con il sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

 

Francesca, di cosa si occupa il tuo progetto?

«Il mio progetto si occupa di studiare la relazione tra alimentazione, composizione del microbiota intestinale e marcatori di infiammazione e stress ossidativo nei pazienti affetti da insufficienza renale cronica, una malattia molto diffusa a livello globale (si stima che riguardi l’11-13% della popolazione, ndr). Chi soffre di questa patologia è di solito un paziente fragile, che spesso presenta diabete e altre malattia cardiovascolari, ed è di solito a rischio di malnutrizione».

 

In che modo si legano infiammazione e insufficienza renale cronica?

«Alla luce delle ultime ricerche, la relazione tra alimentazione e microbiota intestinale sembra di primaria importanza nella nostra salute. Infatti la dieta, i cambiamenti fisiologici che si hanno con l’invecchiamento e la diminuita funzionalità del sistema immunitario sono fattori che alterano la composizione del microbiota e questo incide di riflesso sulla qualità della vita. Ecco perché, insieme alla gestione farmacologica, risulta fondamentale unire un approccio nutrizionale».

 

Che obiettivo vi siete posti?

«Nel progetto vorremo studiare approfonditamente questi legami allo scopo di sviluppare interventi di prevenzione e limitare il peggioramento della malattia renale, migliorando di conseguenza la qualità della vita dei pazienti. L’obiettivo sarà quello di tradurre queste conoscenze in interventi concreti di prevenzione, limitare il peggioramento dello stato della malattia e per migliorare la qualità della vita dei pazienti nefropatici».

 

Francesca, sei una ricercatrice che lavora in ospedale. Qual è la tua giornata tipo?

«La mia giornata inizia molto presto sul treno per raggiungere Milano. In quel momento ho già iniziato a lavorare, perché utilizzo il tragitto per elaborare i dati ottenuti dagli esperimenti o per aggiornarmi leggendo pubblicazioni scientifiche. Arrivata in laboratorio c’è il “caffè di aggiornamento” con la mia collega, in cui pianifichiamo il lavoro settimanale o giornaliero. Penso sia fondamentale avere un ottimo rapporto con i propri colleghi di lavoro: mi sento molto fortunata perché ci sosteniamo e aiutiamo a vicenda, ci consoliamo quando gli esperimenti non vanno secondo i piani ed esultiamo per i nostri successi».

 

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì, alla Cornell University di New York, durante il mio dottorato di ricerca. Anche se sono rimasta per un breve periodo è stata un’esperienza splendida che mi ha arricchita sotto ogni punto di vista, sia professionale che personale. Avevo curiosità di conoscere una realtà estera in un istituto di eccellenza, insieme alla possibilità di mettermi in gioco».

 

Perché hai scelto di diventare una ricercatrice?

«Il mio è stato un percorso particolare, perché ho scelto un corso di laurea magistrale che mi desse la possibilità di orientarmi anche verso la libera professione, come biologa nutrizionista. Durante il tirocinio di tesi, invece, mi sono completamente innamorata della ricerca e ho scelto il percorso di dottorato. Oggi sono ancora convintissima della mia scelta e ogni giorno sono felice di andare in laboratorio e di portare avanti i miei progetti. E poi ho scelto una linea di ricerca che mi permette di coltivare le mie passioni da nutrizionista».

 

Non è stato, però, un percorso sempre facile.

«No infatti. Da neo-laureata ho provato subito il concorso di dottorato, avevo tutte le carte in regola e mi sentivo molto positiva a riguardo. Non sono entrata, ero la prima in classifica per i possibili ripescaggi, ma nessuno ha rinunciato al posto. Mi è crollato il mondo addosso e ho versato non so quante lacrime. Per qualche tempo ho pensato: “Non è il tuo destino, prova a seguire un’altra strada”. E così ho fatto, ma nulla mi dava quella scintilla che provavo in laboratorio. Ed ecco il momento da incorniciare: l’anno seguente sono entrata in dottorato, con un progetto ancor più bello, e tra i miei colleghi ho anche incontrato il mio compagno di vita. Mai arrendersi!».

 

Dove ti vedi fra dieci anni?

«Spero di avere la possibilità di continuare a lavorare in laboratorio. Il mio sogno è di insegnare in università».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Progresso, futuro, cultura e un pizzico di fantasia e genialità».

 

C’è una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale o professionale?

«La scrittrice J.K. Rowling».

 

Qual è il messaggio più importante che ti ha lasciato?

«Di non arrendersi mai e di seguire con coraggio i propri sogni, anche dopo “ruzzolanti” cadute».

 

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Implementando sempre più la divulgazione scientifica, con l’utilizzo di un linguaggio semplice ed efficace per far arrivare il nostro lavoro a tutta la popolazione».

 

E in che modo e da chi, invece, potrebbe essere aiutato il lavoro di chi fa scienza?

«Penso che i mass e i social media possano giocare un ruolo importante in questo contesto. Sicuramente sarebbe utile evitare i sensazionalismi e non dare spazio alla pseudoscienza».

 

Percepisci fiducia rispetto al tuo lavoro di ricercatrice?

«Penso che il ricercatore non venga etichettato ancora come un vero lavoro, ma come una prosecuzione degli studi, forse anche per la precarietà che lo affligge. Invece non siamo degli eterni studenti, lavoriamo sodo e con tanta passione».

 

Chi è Francesca nel tempo libero?

«Amo leggere, cucinare, viaggiare e ballare (in particolare Boogie Woogie!)».

 

Sogni nel cassetto?

«Ho una lista lunghissima! Sicuramente viaggiare, viaggiare e viaggiare. Per ora in cima alla classifica ci sono le Hawaii».

 

Un ricordo a te caro di quando eri bambina.

«I giochi nei prati con mio fratello e le nostre risate spensierate. I profumi delle sere d’estate in campagna. Le luci di Natale e il calore della famiglia».

 

Infine, cosa ti sentiresti di dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Vorrei ringraziarli perché chi dona a sostegno della ricerca, dona futuro, speranza, e per molti malati la possibilità di rinascere e realizzare quei sogni che ognuno di noi tiene nel cassetto».

 


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