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Alla ricerca di una cura per la disfunzione cardiaca nella distrofia muscolare

pubblicato il 13-04-2015
aggiornato il 20-02-2017

Aoife Gowran, ricercatrice irlandese, a Milano sta studiando i meccanismi coinvolti nel cattivo funzionamento del cuore nei malati di distrofia muscolare, alla ricerca di bersagli farmacologici

Alla ricerca di una cura per la disfunzione cardiaca nella distrofia muscolare

Quando si parla di Italia e ricerca, spesso è per denunciare le difficoltà che incontra nel nostro paese: mancanza di fondi, burocrazia, assenza di meritocrazia. Tutti elementi che fanno fuggire all’estero i nostri migliori cervelli. Ma è sempre così? Oppure l’Italia è capace di attrarre ricercatori stranieri? Pare di sì, almeno ascoltando la storia di Aoife Gowran, che dalla verde Irlanda è giunta a Milano per fare ricerca.

Nata a Dublino 35 anni fa, laureata in biochimica e biologia molecolare e con un dottorato di ricerca in neurofisiologia conseguito presso il Trinity College di Dublino, Aiofe è una dei 30 ricercatori stranieri sostenuti nel 2015 da Fondazione Veronesi in un centro di ricerca italiano. Aoife in particolare lavora nel laboratorio di biologia vascolare e medicina rigenerativa del Centro Cardiologico Monzino di Milano.

L’oggetto della ricerca di Aiofe è la disfunzione cardiaca nella distrofia muscolare. Con il termine “distrofia muscolare” si intendono un gruppo di malattie genetiche degenerative che colpiscono il muscolo scheletrico e cardiaco, causandone atrofia. I tipi più comuni sono la Distrofia di Duchenne, che insorge prima dei 5 anni di età, e la Distrofia di Becker, che si manifesta a partire dai 12 anni. Ad oggi, non esiste ancora una cura davvero efficace.

Aoife, di cosa si occupa nello specifico la tua ricerca?
«La distrofia muscolare è una malattia genetica causata da mutazioni nei geni delle distrofine, proteine importanti per il corretto funzionamento dei muscoli scheletrici e del cuore. Di conseguenza, i pazienti con distrofia muscolare hanno gravi problemi cardiaci. Il mio obiettivo è studiare queste disfunzioni cardiache in vitro, utilizzando cellule cardiache “speciali”: cardiomiociti derivati da cellule staminali pluripotenti provenienti da pazienti con distrofia muscolare. Queste cellule rappresentano un ottimo modello per mimare la malattia in laboratorio: in un certo senso, è come avere il cuore del paziente in provetta. Mi concentrerò soprattutto sullo studio di una via biochimica di segnalazione attivata nel muscolo cardiaco dei pazienti: il sistema degli endocannabinoidi. Le cellule saranno anche esposte a farmaci che modulano il sistema degli endocannabinoidi con l'intento di stabilire se sono un valido bersaglio terapeutico per trattare la disfunzione cardiaca associata alla distrofia muscolare».

Quali prospettive potrebbe aprire in futuro la tua ricerca per i malati di distrofia muscolare?
«I farmaci che influenzano il sistema degli endocannabinoidi hanno noti effetti antidolorifici e anti-infiammatori; uno di questi, il Sativex™, viene già utilizzato in Europa per contrastare la spasticità nella sclerosi multipla. I risultati della mia ricerca potrebbero aiutare a capire se questi farmaci potranno essere utili anche per migliorare i sintomi cardiaci nei malati di distrofia muscolare».

Come mai hai deciso di venire in Italia?
«Dopo aver concluso il mio dottorato di ricerca in Irlanda, sono rimasta altri sei anni a lavorare nello stesso gruppo di ricerca. Sono stati anni bellissimi, ma poi sono arrivata a un punto in cui il mio lavoro era concluso, e avevo voglia di mettermi in gioco, di provare nuove esperienze, e ho cercato un lavoro all’estero. Così ho trovato la via verso il Centro cardiologico Monzino, a Milano. Il lavoro nel gruppo del Dottor Giulio Pompilio offre molte nuove opportunità di crescita professionale; un nuovo percorso di cui la vincita della borsa Fondazione Veronesi rappresenta la prima pietra miliare».

È stato facile ambientarsi in Italia? Cosa ti piace di più del Bel Paese?

«Direi che sto ancora vivendo il periodo di ambientamento. Lavoro tanto, e questo mi lascia poco tempo libero per pensare a ciò che ho lasciato; inoltre, io preferisco sempre focalizzarmi sul presente e sul futuro. Sicuramente il fatto che il mio fidanzatomi abbia seguito a Milano ha reso tutto più semplice. Ciò che amo dell’Italia è la cultura del caffè; quando ho nostalgia di un ambiente familiare, entrare in un bar affollato mi fa sentire parte della vita italiana e mi fa sentire in sintonia con le altre persone».

Ci sono differenze tra fare ricerca in Italia e in Irlanda?
«Un primo punto in comune tra i due paesi è che tutti lavorano sodo. In Italia i salari sono più bassi che in Irlanda, ma lo è anche il costo della vita, quindi non è poi così diverso. In Italia però c’è una disponibilità di fondi per i giovani ricercatori molto maggiore che in Irlanda, e ho percepito un maggior senso di appartenenza al gruppo, anche sul piano lavorativo».

Cosa fa Aoife quando non è in laboratorio?
«Ho tantissimi hobby, mi aiuta a liberare la mente e a focalizzarmi sulle cose importanti. Faccio jogging, amo soprattutto le corse non competitive e con una causa benefica. Io e il mio fidanzato siamo anche appassionati ciclisti: ci siamo portati le nostre bici fin dall’Irlanda e non vediamo l’ora di esplorare tutte le piste ciclabili del Nord Italia. Faccio parte di un club del libro “via skype” con i miei amici irlandesi sparsi per il mondo, e infine adoro cucinare: sono vegetariana ed entusiasta di sperimentare con la grande varietà e qualità di verdura e frutta che c’è qui in Italia».

Qual è il momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare?
«Tenere in mano l’attestato del mio dottorato e il mio primo articolo scientifico a primo nome. La cerimonia di consegna del dottorato è stato un altro momento strabiliante, alla presenza dell’ex presidente dell’Irlanda Mary Robison. I miei genitori e la mia famiglia erano presenti ed erano molto orgogliosi di me, come lo sono anche adesso».

Cosa ti piace di più della ricerca?
«La spinta continua alla creatività e alla precisione».

E cosa invece eviteresti volentieri?
«L’incertezza lavorativa e la precarietà. I contratti a breve scadenza rendono molto difficile pianificare sul lungo termine la propria vita, anche a livello personale. Se potessi esprimere un desiderio sul mio lavoro, cambierei questo.

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?
«Il mio motto è Keep calm and culture on».

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?
«Io credo che la scienza possa contribuire da migliorare la vita quotidiana delle persone. A volte, quando gli esperimenti falliscono per l’ennesima volta, me lo ripeto, e questo mi aiuta a continuare».


@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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