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Con l’immunoterapia a caccia del tumore alla prostata

pubblicato il 20-10-2015
aggiornato il 23-02-2017

Roberta Sommaggio sta mettendo a punto, nell’ateneo padovano, un approccio a base di linfociti T istruiti per riconoscere ed eliminare le cellule tumorali nella prostata

Con l’immunoterapia a caccia del tumore alla prostata

Anche gli uomini si ammalano. Eppure non ne parlano mai, come la malattia fosse una sorta di tabù, non mettono in atto le più elementari norme di prevenzione e vanno raramente dal medico ad effettuare controlli. Eppure, sono numerose le malattie che colpiscono gli uomini, ad esempio il loro apparato riproduttore, che potrebbero essere evitate o affrontate senza conseguenze se prese in tempo. Per questo è nato SAM-Salute al Maschile, il progetto di Fondazione Veronesi dedicato alla ricerca e impegnato nella sensibilizzazione e nell’informazione sulle malattie tipicamente, maschili, ad esempio il tumore alla prostataIl tumore alla prostata è la seconda causa di mortalità maschile nel mondo occidentale; nonostante abbia una percentuale di guarigione a 5 anni di oltre il 90%, è il secondo più comune e un uomo su 8, nel corso della vita, lo sviluppa. Nelle prime fasi il tumore non dà sintomi evidenti, ma può già essere diagnosticato attraverso una visita urologica. Il principale fattore di rischio è l'età: è raro al di sotto dei 40 anni, mentre due terzi dei tumori sono diagnosticato dopo i 65 anni di età e tra il 70-90% degli uomini oltre gli 80 anni hanno un tumore alla prostata. È quindi ancora necessario studiare nuovi approcci terapeutici, soprattutto per colpire le forme metastatiche e quelle resistenti alle terapie standard. Roberta Sommaggio, ricercatrice di 34 anni, all’Università di Padova sta conducendo, grazie al supporto di Fondazione Veronesi, una ricerca sull’immunoterapia cellulare per combattere il tumore alla prostata.

Roberta, in cosa consiste la tua ricerca?

Il razionale alla base del mio progetto è la somministrazione di linfociti T, cellule del sistema immunitario, estratti dal paziente e opportunamente ingegnerizzati e “istruiti” in laboratorio per riconoscere e distruggere le cellule tumorali di prostata, una volta reintrodotti. Il tumore però è in grado di attivare meccanismi per bloccare questa risposta immunitaria contro di lui. L’obiettivo del mio progetto è studiare la proteina PD-1 (Programmed cell death protein 1), una delle molecole responsabili dell’inibizione dei linfociti T, che porta quindi alla compromissione di tutta la risposta immunitaria contro il tumore. L’attività di ricerca sarà mirata allo studio di metodologie per bloccare l’attività di PD-1 e, quindi ripristinare l'efficacia terapeutica dell’immunoterapia».

Quali prospettive apre il tuo progetto per le applicazioni alla salute umana?

L’immunoterapia è un approccio molto promettente per la cura di diversi tumori; per alcuni siamo già alla fase di sperimentazione clinica. Sviluppare quindi metodiche sempre più precisi ed efficaci potrà avere un significativo impatto sul trattamento di alcuni dei tumori più comuni, come quello alla prostata». 

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

Si, ho avuto la possibilità di lavorare in diversi laboratori all’estero. La mia esperienza, iniziata in Italia, si è arricchita in Europa, lavorando prima in Svezia per un anno poi in Spagna per 4 anni e mezzo e in Germania per tre mesi. Questo mi ha permesso di imparare inglese, svedese e spagnolo, ma soprattutto di aprirmi al mondo, vedere altri punti di vista, conoscere modi diversi di lavorare, di pensare e agire. Mi ha arricchito in tutto!».

Trovi però anche il tempo per attività fuori dal laboratorio…

Sì, faccio molte cose: sono volontaria di Intercultura- AFS American Field Service, che si occupa di mandare i ragazzi italiani di 17 all’estero in famiglia e di accogliere studenti stranieri in famiglia in Italia, ballo lindy hop, nuoto e pratico lo sport della palla tamburello».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

La ricerca mi piace perché è una grande sfida; non è facile, ci si scoraggia spesso, ma bisogna essere determinati…e io sono una persona abbastanza testarda. Inoltre la sfida di trovare la cura giusta per guarire le persone mi appassiona, perché è un modo per aiutare gli altri».

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare

Avere ottenuto il dottorato europeo all’estero, ma soprattutto aver vinto la borsa di ricerca della Fondazione Veronesi; è una grande soddisfazione personale e lavorativa, ed è un aiuto fondamentale per continuare a credere in questo lavoro nonostante le difficoltà del periodo storico».

Cosa ti piace di più della ricerca?

La scommessa di ogni giorno per ottenere buoni risultati e trovare un modo per sconfiggere questo maledetto cancro».

Se dovessi scommettere su un filone di ricerca biomedica per i prossimi decenni, su cosa punteresti?

Senza dubbio sulla diagnosi precoce. La vera chiava per battere il cancro, non solo quello alla prostata, è prenderlo in tempo; ripongo molta fiducia nei progressi della medicina e della ricerca per trovare nuovi marcatori precoci dei tumori e nuove tecniche diagnostiche sempre più precise e mirate».


@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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