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I nostri ricercatori

Decodifico la “firma metabolica” del melanoma

pubblicato il 27-07-2015
aggiornato il 22-02-2017

Ogni tumore produce molecole particolari, come una firma: Leonardo Tenori sta studiando quelle del melanoma per identificarlo in fase precoce e secondo il grado di aggressività

Decodifico la “firma metabolica” del melanoma

Mai come in estate, stagione del sole e del tempo all’aria aperta, si parla di pelle; l’organo del nostro corpo direttamente esposto verso l’ambiente esterno, sottoposto a numerosi stress, prima fra tutti le radiazioni UV del sole, che rappresentano il principale fattore di rischio per i tumori della pelle, tra cui i melanomi

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Il melanoma è il terzo tumore più frequente in Italia sotto i 50 anni di età; oltre 80.000 italiani convivono con una precedente diagnosi di melanoma. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è dell’85%, ma le chance di guarigione dipendono in grande misura dalla diagnosi precoce. Se il melanoma è diagnosticato quando è ancora localizzato, spesso la sola chirurgia è sufficiente per eliminarlo. Più problematico è il trattamento dei melanomi in fase avanzata, anche se concrete speranza stanno arrivando dall’immunoterapia. Poter identificare rapidamente il melanoma e stratificare subito i pazienti secondo il grado di aggressività rappresenterebbe un indubbio vantaggio per migliorare il trattamento di questo tumore. È su questo che lavora Leonardo Tenori, chimico con un dottorato di ricerca in biologia strutturale, presso la Fondazione FiorGen Onlus di Sesto Fiorentino.

Leonardo applica l’approccio della metabolomica allo studio del melanoma. La metabolomica misura, nei fluidi come urine o sangue, la quantità delle molecole prodotte dal metabolismo delle cellule. Le cellule tumorali, avendo un metabolismo alterato, producono combinazioni diverse di molecole, come una “firma specifica” della presenza di anomalie o cellule maligne.

Leonardo, in cosa consiste la tua ricerca?

«L’idea di base è quella di analizzare, attraverso la risonanza magnetica nucleare, la quantità e la qualità dei metaboliti presenti in campioni di urine e siero di pazienti affetti da melanoma, metastatico e non metastatico, e di confrontarli con quelli di individui sani di controllo. L’obiettivo è identificare una “firma metabolica” capace di distinguere i pazienti rispetto ai sani, e i pazienti metastatici dai non metastatici, oltre fornire un razionale per predire il rischio di sviluppare metastasi nei pazienti non ancora metastatici»

Come sta procedendo il lavoro?

«Allo stadio attuale abbiamo finito l’acquisizione dei dati dei pazienti e del gruppo di controllo e stiamo cominciando l’analisi dei risultati»

Quali potranno essere le applicazioni future del tuo lavoro nel trattamento del melanoma?

«Analizzando i metaboliti responsabili di tale discriminazione tra malato e sano, e tra paziente con melanoma metastatico e non metastatico, ci attendiamo di arrivare a una migliore comprensione dei meccanismi biochimici e cellulari coinvolti nello sviluppo del melanoma e delle metastasi, per poter elaborare diversi profili di rischio specifici per i singoli pazienti e intervenire con cure più efficaci soprattutto per trattare i melanomi in fase avanzata»

E la tua vita fuori dal laboratorio?

«È molto impegnata; ho una moglie e un figlio di circa 1 anno, sono attore in una compagnia teatrale amatoriale e sono cintura verde di Aikido, un’arte marziale giapponese»

Ricordi quando hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Come per molti miei colleghi, la passione per la scienza è sbocciata da bambino, quando un Natale ricevetti per regalo il Piccolo Chimico»

Come ti vedi fra 10 anni?

«Ricercatore, naturalmente; spero però con una posizione stabile in università o in altro ente di ricerca»

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Fare della scienza la propria professione è bellissimo, e fare ricerca non è un solo un impiego, ma uno stile di vita. La ricerca è veramente una passione coinvolgente e continuamente stimolante»

Qual è il lato negativo del tuo lavoro?

«Precarietà e bassa remunerazione. In queste condizioni è complesso assicurare un avvenire sicuro e dignitoso a se stessi e alla propria famiglia»

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?

«La risposta è semplice: fare ricerca significa contribuire attivamente al progresso dell’umanità»

 

@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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