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Il laser che identifica in anticipo i tumori della pelle

pubblicato il 03-08-2015
aggiornato il 28-05-2018

È ciò che a Milano sta mettendo a punto Alice Gualerzi, biologa sostenuta nel 2015 da Fondazione Veronesi, per arrivare a diagnosi più precoci e meno invasive dei tumori cutanei

Il laser che identifica in anticipo i tumori della pelle

Alice Gualerzi è una giovane biologa milanese di 30 anni piena di vita e di entusiasmo; ha un dottorato di ricerca in Scienze Morfologiche all’Università degli Studi di Milano. Dopo un’esperienza presso l’Unità di Endocrinologia del VA Medical Center dell’Università della California a San Francisco e una a Cagliari presso la start-up Biomedical Tissues s.r.l. del Parco Tecnologico di Pula, Alice è tornata nella sua città, e attualmente è ricercatrice post-dottorato presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus nel Laboratorio di Nanomedicina e Biofotonica Clinica, diretto da Furio Gramatica. Alice sta sviluppando una linea di ricerca sulla diagnosi e sulla caratterizzazione delle lesioni cutanee e dei tumori della pelle, che negli ultimi sono in costante crescita, soprattutto nelle popolazioni caucasiche.

Alice, in cosa consiste il tuo progetto?

«Lo scopo è mettere a punto un metodo non invasivo, efficace e obiettivo che consenta al dermatologo di eseguire una diagnosi accurata e precoce di tumore cutaneo, così da abbreviare i tempi e ridurre i costi legati alle analisi della biopsia. La metodologia diagnostica utilizza una luce laser innocua e indolore per raccogliere informazioni su una regione cutanea sospetta, evitando al paziente di doversi sottoporre a biopsie se non strettamente necessario. Il metodo si basa sulla spettroscopia Raman, che sfrutta la capacità delle molecole di emettere luce a diverse lunghezze d’onda una volta colpite da un fascio di luce laser. La scoperta di questa proprietà è valsa il premio Nobel nel 1930 a Chandrasekhara Venkata Raman e ci permette di distinguere fra diversi campioni grazie alla loro firma biochimica specifica. Grazie all’analisi di un numero elevato di campioni sarà possibile costruire una banca dati che consenta una rapida identificazione della natura benigna o maligna di una lesione cutanea sospetta». 

Quali prospettive apre il progetto per la salute umana?

«Dal momento che l’incidenza dei tumori cutanei è in continua crescita, la diagnosi precoce e non invasiva del tumore ottenuta in modo accurato, rapido e obiettivo renderebbe possibile un intervento terapeutico più tempestivo e personalizzato, migliorando notevolmente la prognosi per molti pazienti. Sappiamo tutti infatti che la diagnosi precoce e l’intervento tempestivo sono essenziali in oncologia e in particolare per il melanoma maligno, che è una forma tumorale particolarmente aggressiva».

Avete già ottenuto alcuni risultati?

«Il progetto è ancora agli inizi e in questi primi mesi di lavoro mi sono occupata principalmente della messa a punto del metodo su campioni di cute umana normale. Alcuni dati preliminari hanno già permesso di distinguere la firma biochimica specifica di una lesione benigna». 

Un progetto così articolato richiede sicuramente competenze multidisciplinari…

«Certo, ed è uno dei punti forza del team del LABION. È formato da sei persone con formazione diversa, tra biologia, chimica e fisica, ma tutti accomunati dall’intento di trovare soluzioni ai problemi dei pazienti sfruttando al massimo le potenzialità delle nanotecnologie e di tecniche biofotoniche. Lavorare all’interno di un ospedale come la Fondazione Don Gnocchi ci permette inoltre di avere interazioni costanti e proficue con i medici e di confrontarci con loro sulle reali necessità della pratica clinica». 

Chi è Alice quando si toglie il camice da ricercatrice?

«Ci sono molte cose che mi appassionano fuori dal laboratorio. Ho praticato sport di tutti i tipi, dal pilates al pattinaggio sul ghiaccio, dallo sci al ballo. Ultimamente, a seguito di un viaggio (altra mia grande passione) mi sto interessando alla cultura orientale, in particolare quella malese, apprezzando molto anche la loro cucina. Da qualche anno sono donatrice di sangue e di midollo osseo all’ADMO, un impegno che mi sento di promuovere con chiunque sia in buona salute perché è un aiuto concreto per chi è malato e che potrebbe non avere familiari compatibili».

C’è una persona che ti sostiene nel difficile lavoro di ricercatrice?

«Il mio fidanzato, con il quale convivo, è anche il più grande fan della mia carriera da ricercatrice; gioisce con me dei successi raggiunti e non si stanca mai di sostenermi quando gli esperimenti vanno male o quando, in passato, c’è stato bisogno di spostarmi all’estero».

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Il mio amore per la ricerca non è stato un colpo di fulmine. È partito tutto dalla passione per la biologia e dalla curiosità per la logica complessa e affascinante che il corpo umano ed è proseguito durante gli studi di biologia. Non è una strada in discesa, bisogna crederci fino in fondo, è sicuramente più comodo farsi tentare da migliori guadagni e contratti più stabili, ma quando mi confronto con tanti amici della mia età, mi rendo conto che non cambierei la mia professione con nessun’altra».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Sicuramente in laboratorio, impegnata in collaborazioni internazionali e, spero, sempre in movimento, lavorando su un progetto pluriennale in cui sarò il responsabile scientifico».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Avere un obiettivo che non è solo lo stipendio a fine mese, ma è per il bene di tutti. Mi piace l’imprevedibilità del mio lavoro che può andare incontro a svolte inaspettate, la possibilità di imparare sempre qualcosa di nuovo, e l’entusiasmo contagioso dei colleghi con cui ci si confronta ogni giorno».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La precarietà lavorativa: eviterei la tensione che si vive quando non sai se avrai uno stipendio l’anno successivo, quando rifletti sul fatto che i contributi e l’assegno di disoccupazione per chi ha avuto come contratti una borsa di dottorato o un assegno di ricerca non sono contemplati. Non vorrei sentire molte colleghe e colleghi dire che devono posticipare la volontà di avere figli per l’impossibilità di conciliare famiglia e stabilità lavorativa».

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Non lo so e spero di non doverlo mai scoprire, perché amo troppo il mio lavoro».


@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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