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I nostri ricercatori

Il microbiota e la progressione del tumore del colon-retto

pubblicato il 17-03-2020

Francesca Claudia Borgo punta a comprendere il ruolo del microbiota intestinale e del sistema immunitario nello sviluppo e nella progressione del cancro al colon-retto

Il microbiota e la progressione del tumore del colon-retto

Il tumore del colon-retto è il terzo tipo di neoplasia più diffusa in Italia.  Una diagnosi su quattro avviene quando il tumore è già in fase metastatica. Tra i fattori di rischio, ci sono le abitudini alimentari (come l’eccesso di carni lavorate e rosse), lo stile di vita (tra cui principalmente il fumo) e alcuni fattori genetici. Studi recenti hanno però evidenziato come l’insieme dei microrganismi intestinali (microbiota) sia in grado di regolare la risposta immunitaria contro il tumore, con il rilascio di molecole segnalatrici e l’invio di cellule immunitarie nel tessuto maligno e nel sangue circolante. Nell’insieme, questi fenomeni possono aiutare il paziente favorendo l’eliminazione delle cellule tumorali e creando una «memoria immunologica» in grado di combatterle in caso di ricomparsa. In altre circostanze, tuttavia, il microbiota sembra favorire la crescita e la diffusione delle cellule tumorali.

Su questi temi di ricerca è impegnata Francesca Claudia Borgo che, grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi, studia l’interazione del microbiota intestinale con il sistema immunitario e un suo possibile utilizzo come strumento di diagnosi precoce per il tumore al colon retto.

Francesca, raccontaci il progetto di cui ti occuperai nel 2020.

«Il mio progetto ha come obiettivo principale quello di studiare l’interazione fra tumore del colon retto e microbiota. In particolare, vogliamo identificare i microrganismi presenti nel tessuto neoplastico in comparazione al tessuto sano del medesimo paziente e, in seguito, analizzare attraverso le più moderne e sofisticate tecnologie di biologia molecolare (analisi genetica del Dna, ndr), come questi regolano la risposta immunitaria contro il tumore».


Dunque vorreste utilizzare queste conoscenze molecolari per sviluppare delle applicazioni cliniche, giusto?

«L’integrazione dei risultati ottenuti permetterà di fornire nuovi strumenti per la comprensione e la prevenzione del cancro al colon. Inoltre, la scoperta di nuovi biomarcatori potrà essere utile per favorire lo sviluppo di diagnosi precoci non invasive e aprire nuove finestre terapeutiche».

 

Raccontaci di te. Come si svolge la tua giornata tipo in laboratorio?

«La mia giornata inizia intorno alle 9, con gli esperimenti pianificati per la settimana. Riporto poi i risultati e la procedura sia in versione cartacea sia digitale, in modo che i dati raccolti possano essere utili anche ai miei colleghi. Nel pomeriggio, mi dedico all’analisi dei dati, allo studio della letteratura scientifica e al confronto con il mio responsabile e colleghi».

 

Hai qualche episodio strano o particolare che ti è capitato durante il tuo lavoro?

«Il gruppo di ricerca funziona come una squadra di calcio: lavoriamo tutti per un obiettivo comune. Infatti ci aiutiamo molto, condividiamo conoscenze e non mancano di certo momenti divertenti. Ci sono giorni in cui capita di rimanere in laboratorio fino a tardi ma qualcuno si ferma sempre a tenerti compagnia».

 

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì, durante il dottorato sono stata ospite presso un laboratorio di microbiologia della Technische Universität di Berlino. La voglia di confrontarmi con realtà diverse è stato uno dei motivi principali che mi ha spinto ad andare all’estero».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Il periodo trascorso all’estero trovo sia stato davvero formativo sia dal punto di vista della ricerca che di quello personale. In particolare, ho imparato a gestire in maniera autonoma un progetto di ricerca e ho avuto l’opportunità di confrontarmi con culture e abitudini diverse. A volte ho sofferto la solitudine ma, fortunatamente, Berlino è una città che offre tanti diversivi. Durante questo periodo lontana, l’Italia mi è mancata molto, soprattutto la mia famiglia, gli amici e, naturalmente, la cucina».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Per mia natura sono molto curiosa e attratta dalla conoscenza, ma il periodo di tesi è stato per me fondamentale. Durante quel primo anno di esperienza in laboratorio ho capito che la mia strada era la scienza e la microbiologia la mia passione. La possibilità di conoscere, di indagare e di trovarsi davanti a nuove sfide è ciò che mi piace di più della ricerca».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Mi piacerebbe poter trasmettere le conoscenze acquisite diventando responsabile di un gruppo di ricerca».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Conoscenza: l’unico modo per essere liberi e consapevoli delle proprie scelte».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale professionale.

«Mi ha ispirato Kary Mullis biochimico statunitense, vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 1993 per l’invenzione di una tecnologia che ha rivoluzionato il mondo della biologia molecolare: la reazione a catena della Dna polimerasi».

 

Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato?

«La scoperta che lo ha portato al Nobel era nata da un’intuizione del tutto casuale: questo mi ha fatto capire l’importanza di ascoltare le proprie intuizioni, di verificarle in laboratorio senza perdersi d’animo».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Naturalmente avrei fatto l’insegnante di scienze».

 

In cosa, secondo te, possono migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«La comunità scientifica dovrebbe essere più al servizio del cittadino, spogliandosi del ruolo puramente accademico. Bisognerebbe iniziare a utilizzare un linguaggio più semplice, in grado di coinvolgere l’opinione pubblica ed allontanarla da falsi miti e credenze. D’altro canto, la comunità scientifica necessiterebbe di una maggiore formazione nell’ambito divulgativo e gli organi di governo dovrebbero rendere disponibili maggiori fondi per il finanziamento dei progetti di ricerca».

 

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

«Mi è capito che mi venisse detto: “Ancora studi? Ma un lavoro vero quando lo trovi?” Il lavoro del ricercatore rimane per molti un mistero che provoca sentimenti contrastanti: massima ammirazione o scetticismo. Il sentimento antiscientifico nasce da un confronto inesistente favorito soprattutto dall’utilizzo di linguaggi troppo diversi. Tuttavia, sono sicura che qualcosa sta cambiando grazie all’impegno di alcuni famosi divulgatori scientifici sia sui social network sia in televisione».

 

Francesca, parlaci un po' di te: hai qualche hobby o passione al di fuori dell’ambito scientifico?

«Sono una giocatrice di pallanuoto e la mia squadra è la mia ricarica di energia».

 

Hai famiglia?

«Sì, ho due fantastiche bambine».

 

Se un giorno le tue figlie ti dicessero che vogliono fare le ricercatrici, come reagiresti?

«Tutte e due le mie figlie vogliono diventare delle scienziate e maneggiano il microscopio con molta naturalezza. Sono felice di essere per loro un esempio e ricordo loro che qualsiasi cosa decidessero di fare, l’importante è che ci mettano dedizione e passione».

 

Il film ed un libro che più ti piacciono o ti rappresentano.

«Il film “Come l’acqua per il cioccolato” e “Cecità” di Saramago sono fra i miei preferiti».

 

Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera e cosa ti piacerebbe chiedergli?

«Mi piacerebbe andare a cena con Piero Angela, per poter ricevere consigli su come diventare un buon divulgatore scientifico».

 


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