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I nostri ricercatori

La ricerca è il mio destino

pubblicato il 14-07-2014
aggiornato il 03-02-2017

Stefania Croci è una delle migliaia di italiani che lavorano per migliorare la nostra salute. In particolare cerca di capire come le cellule immunitarie si infiltrano nei vasi sanguigni e causano infiammazione per curare le patologie a carico del sistema vascolare

La ricerca è il mio destino

Tra le eccellenze del Made in Italy, ve ne è un esercito di cui purtroppo si parla raramente: sono gli scienziati e ricercatori che ogni giorno, in tutta la penisola, lavorano per accrescere la conoscenza in campo medico e migliorare la qualità della vita di tutti noi. Tra di loro c’è anche Stefania Croci, ricercatrice biomedica di Reggio Emilia.

Stefania è una biotecnologa, e ha un Dottorato di Ricerca in Oncologia. Dopo dodici anni di ricerca nel Dipartimento di Patologia Sperimentale dell’Università di Bologna, Stefania è tornata nella sua città natale dove lavora nel Laboratorio di Autoimmunità, Allergologia e Biotecnologie Innovative diretto dalla dottoressa Maria Parmeggiani, presso l’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.

 

ARTERIE E INFIAMMAZIONE

Stefania studia un gruppo di malattie croniche a carico del sistema circolatorio: le vasculiti dei grandi vasi. «Sono malattie autoimmuni croniche che coinvolgono l’aorta e le arterie principali» illustra Stefania.

«Alcune cellule immunitarie si infiltrano nelle parete delle arterie, causando infiammazione e ispessimento anomalo che può arrivare fino ad occludere il vaso». Le conseguenze possono essere molto gravi: perdita della visione, aneurismi all’aorta, ischemie e infarti.

Le terapie attuali si basano sui glucocorticoidi, ma purtroppo presentano molti limiti «È molto difficile prevedere a priori, per ogni paziente, la durata della terapia e soprattutto, in più dell’80% insorgono gravi effetti collaterali.

È quanto mai urgente quindi mettere a punto nuove terapie per affiancare o sostituire quelle esistenti. La ricerca di Stefania ha l’obiettivo di identificare nuovi bersagli farmacologici e biomarcatori correlati alla severità della malattia, per la messa a punto di terapie personalizzate a misura di paziente.

Il primo, fondamentale passo è conoscere i meccanismi molecolari e immunologici coinvolti nello sviluppo delle vasculiti. «Con la mia ricerca voglio verificare il coinvolgimento di tre componenti molecolari nella patogenesi della malattia: alcuni microRNA, l’interleuchina-22 e la via di segnalazione di mTOR» spiega Stefania.

I micro RNA sono piccole molecole di RNA caratteristiche di ogni tessuto che agiscono come regolatori dell’espressione dei geni, e quindi del comportamento di una cellula. L’interleuchina 22 è una molecola segnale molto importante nella regolazione della comunicazione tra il sistema immunitario e il microambiente del tessuto. mTOR, invece, è una proteina presente all’interno delle cellule che trasmette i segnali ricevuti dall’esterno. Queste tre vie sembrano essere correlate alla percentuale di alcune cellule immunitarie infiltrate e alla severità della malattia. Stefania deve rimettere insieme tutti questi pezzi del puzzle per riuscire ad avere un quadro chiaro dello sviluppo delle vasculiti.

Le malattie cardiovascolari sono le patologie più comuni nel mondo occidentale e causano ogni anno circa 20 milioni di morti. La ricerca di Stefania potrà quindi avere un grande impatto sulla salute pubblica, non solo per la cura delle vasculiti dei grandi vasi ma in prospettiva anche per altre patologie cardiovascolari molto comuni, come l’aterosclerosi e gli aneurismi dell’aorta che hanno nell’infiammazione vascolare un denominatore comune.

 

RICERCA E ITALIA: BINOMIO DIFFICILE

Il percorso professionale di Stefania è una storia tutta italiana. «Ho sempre fatto ricerca in Italia» racconta Stefania «anche se ho trascorso cinque mesi in Germania ad Halle, nel Laboratorio della Professoressa Barbara Seliger, grazie a una borsa di studio della European Association for Cancer Research, dove ho potuto perfezionare alcune metodologie di proteomica e immuno-proteomica».

L’esperienza all’estero ha lasciato solo ricordi positivi e inevitabilmente, scatta il confronto col mondo della ricerca italiano «Da noi ci sono ottimi centri e ottimi scienziati ma il “sistema ricerca” può diventare frustrante soprattutto per i giovani» dice Stefania.

I problemi principali riguardano principalmente le procedure di reclutamento dei ricercatori e lo scarso supporto finanziario. In Italia il percorso di carriera dei ricercatori non è ben definito, la mobilità non è favorita mentre lo scambio di idee, metodologie, esperienze è fondamentale per il percorso di un ricercatore. I tipi di contratti sono variabili e non esistono linee guida in base alle quali forgiare il proprio curriculum per essere riconosciuti da un punto di vista professionale.

Stefania è inoltre preoccupata per lo scontro tra scienza e società che sta avvenendo nel nostro paese. «Se verranno imposti limiti troppo rigidi alla ricerca si favorirà ulteriormente la fuga dei cervelli. È necessario e importante che la ricerca sia regolamentata ma ciascuna regola deve scaturire da un comitato di esperti in materia, prendendo in considerazione tutti gli aspetti».

Stefania ha deciso di restare in Italia, nonostante tutto, ma capisce pienamente i colleghi che decidono di andarsene all’estero «Io stessa ho valutato più volte tale possibilità».

 

LA RICERCA È IL MIO DESTINO

È così che Stefania risponde quando le chiedono come mai ha intrapreso la non facile professione di scienziata «Quando da bambina mi chiedevano che lavoro avrei fatto da grande rispondevo, con grande sorpresa dei miei genitori, la paleontologa, poi l’astronoma e infine la ricercatrice medica».

Sono tutti lavori accomunati dallo studio e dalla ricerca: la scienza è dunque scritta nel DNA di Stefania, che non riesce proprio a vedersi in una posizione diversa.

Fare scienza infatti non è solo una professione, ma un approccio mentale alla vita: «Ciò che mi piace della scienza è che non produce verità assolute e, quando necessario, ti porta a rimettere tutto in discussione». Anzi, sono proprio i risultati strani e inaspettati che possono stimolare nuove idee e nuovi modi di procedere e l’entusiasmo che scaturisce da una nuova scoperta appaga in pieno lo sforzo e i sacrifici. «Ricordo un episodio particolare» racconta Stefania «Non riuscivamo ad ottenere un risultato. Dopo diverse prove sperimentali, ce l’abbiamo fatta. La gioia era talmente grande che iniziammo ad abbracciarci e urlare, proprio nell’istante in cui il nostro professore era entrato nella stanza con alcuni ospiti esterni».  Questo è l’entusiasmo e la passione che guidano, accanto alla sfida intellettuale, migliaia di ricercatori italiani come Stefania.

 

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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