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I nostri ricercatori

L’effetto della radioterapia sulle cellule tumorali

pubblicato il 20-07-2015
aggiornato il 22-02-2017

La radioterapia può stimolare il sistema immunitario ad attivarsi contro le cellule tumorali anche lontane dal sito di irradiamento: la nostra Elena Muraro ne sta studiando i meccanismi

L’effetto della radioterapia sulle cellule tumorali

Ormai da un po’ di tempo i medici e i ricercatori si sono accorti di un particolare fenomeno: in alcuni pazienti il trattamento con alte dosi di radioterapia induce la regressione di lesioni tumorali distanti dal sito di irraggiamento. Come può avvenire questa azione “a distanza”? I ricercatori da tempo sospettano che siano coinvolti il sistema immunitario e la risposta anti-tumore del paziente che, attivata in qualche modo dalle radiazioni nel sito di irradiamento, “porta il messaggio” anche a cellule tumorali lontane. Tra gli scienziati che si occupano di investigare questo affascinante meccanismo c’è anche Elena Muraro: 32 anni, una laurea in Biotecnologie mediche e un dottorato di ricerca Oncologia conseguiti presso l’Università di Padova, è ricercatrice post-doc presso il Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano, in provincia di Pordenone.

Elena, ci racconti nei dettagli la tua ricerca?

«Il mio progetto prevede lo studio dei principali componenti del sistema immunitario in pazienti oncologici sottoposti a trattamento con alte dosi di radioterapia, per capire se e come le cellule immunitarie vengono attivate e come reagiscono nei confronti delle cellule maligne. In concreto, analizziamo il sangue periferico di pazienti affette da carcinoma della mammella metastatico e pazienti affetti da mesotelioma pleurico maligno, inseriti in studi clinici attivati presso il CRO di Aviano che prevedono l'uso di radioterapia ad alte dosi. Dal sangue, isoliamo e studiamo le cellule immunitarie coinvolte nella risposta immune anti-tumore: i linfociti T CD4+ e CD8+ che riconoscono le cellule tumorali, le cellule T regolatorie che invece spengono la risposta T anti-tumorale, e le molecole solubili, come citochine e chemochine, coinvolte nell’interazione fra cellula tumorale e cellula immunitaria».

Quali risultati vi aspettate?

«L’analisi delle cellule immunitarie prima e dopo il trattamento radioterapico ci consentirà di monitorare l’andamento della risposta immunitaria anti-tumore presente nel paziente per verificare se la radioterapia sia effettivamente in grado di incrementarne l’efficacia. I dati che otterremmo verranno confrontati con la risposta clinica dei pazienti per valutare se l’incremento, o la riduzione, della risposta immune si associa ad una migliore, o peggiore, risposta alla terapia».

Avete già ottenuto qualche risultato concreto?

«Siamo ancora in una fase preliminare, quindi la prudenza è d’obbligo. Abbiamo analizzato 10 pazienti affette da carcinoma della mammella metastatico e in alcuni casi abbiamo osservato un aumento delle risposte immuni anti-tumore dopo uno o quattro mesi dalla radioterapia. In particolare abbiamo documentato in cinque pazienti un aumento di linfociti T che riconoscono la survivina, una proteina presente in diversi tumori, tra cui quello al seno. In altre pazienti abbiamo identificato l’aumento o addirittura la comparsa di cellule T attive verso la proteina Her2, abbondante nelle cellule maligne di alcuni tumori della mammella. Questi dati preliminari suggeriscono un ruolo della radioterapia che potrebbe stimolare la capacità del sistema immunitario del paziente a riconoscere le cellule tumorali e ci incoraggiano a proseguire in questa direzione».

Quali potranno essere le prospettive a lungo termine della vostra ricerca?

«Capire come il profilo immunitario del paziente può rispondere alla radioterapia potrebbe dare un grosso aiuto ai medici nel predisporre a priori il miglior trattamento per ogni paziente, essere uno strumento per monitorare eventuali ricadute ed essere sfruttata in combinazione con farmaci biologici già in commercio che agiscono stimolando la risposta immune anti-tumore per migliorare l’efficacia terapeutica».

Oltre al laboratorio, cosa fai nel tempo libero?

«Da diversi anni aderisco all’Azione Cattolica della mia diocesi, svolgendo attività di volontariato come l’organizzazione di campi di servizio estivi sia in Italia che all’estero.  Infine, ma non meno importante, ho in cantiere un altro grande progetto: sto per sposarmi».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Ho avuto fin da piccola una predisposizione per le materie scientifiche, che al liceo è sbocciata in amore per la biologia e le applicazioni mediche. Mi hanno sempre incuriosito i meccanismi alla base del funzionamento del corpo umano nella sua interezza».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Mi piacerebbe essere ancora nel campo della ricerca biomedica, possibilmente con progettualità di ricerca legate alla pratica clinica. Inoltre, mi piacerebbe potermi dedicare anche  alla comunicazione della scienza, perché esiste ancora un divario troppo ampio fra quanto si fa in laboratorio e quanto arriva ai pazienti e alle persone».

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Sono strettamente legate l’una all’altra. La ricerca è la lente d’ingrandimento o il microscopio con cui osservare il mondo e contribuire, con le nuove conoscenze, al progresso della scienza nel suo complesso».

Quali sono stati i tuoi punti di riferimento nella vita privata e professionale?

«Prima di tutti i miei genitori: mio padre mi ha trasmesso la curiosità del conoscere e il piacere del raccontare, e mia madre mi ha sempre incoraggiato a coltivare i miei interessi. Infine, più recentemente, ho molto apprezzato lo stile e la passione della professoressa e senatrice Elena Cattaneo. Credo che sia molto importante il ruolo di professionisti come lei in grado di trasmettere con grande serietà e competenza il mondo della ricerca scientifica».

Se dovessi scommettere su un promettente filone di ricerca biomedica per i prossimi decenni su cosa punteresti?

«Lo sviluppo di terapie combinate, soprattutto in ambito oncologico. Protocolli integrati di terapie standard, come chemio e radio-terapia, con nuovi approcci terapeutici, come l’immunoterapia,  unitamente al supporto alla persona nella sua globalità considerando anche gli aspetti legati alla nutrizione e alla psicologia».

Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno?

«Il filosofo Socrate  diceva “Una vita senza ricerca non è degna d’essere vissuta”. Ecco, il senso del mio lavoro è il desiderio di essere in ricerca, non solo professionalmente, ma anche umanamente e spiritualmente».


@Chiara Segre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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