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Quel dolore che colpisce le donne

pubblicato il 28-10-2014
aggiornato il 06-02-2017

Valentina Vacca, sostenuta dalla delegazione di Roma, studia il dolore neuropatico, una forma di infiammazione cronica del sistema nervoso periferico di cui soffre soprattutto il genere femminile

Quel dolore che colpisce le donne


Una carriera tutta romana, quella di Valentina Vacca: all’Università degli Studi di Roma La Sapienza si è laureata in neurobiologia e poi ha proseguito il suo percorso professionalizzante conseguendo un dottorato in farmacologia. Valentina, nata 30 anni fa in provincia di Frosinone e ora da anni al lavoro nella Capitale, è uno degli esempi dell’eccellenza italiana della ricerca. Ha ricevuto nel 2014 il sostegno della Delegazione Fondazione Veronesi di Roma, che ha deciso di offrire delle borse di ricerca a tre talentuosi ricercatori romani.

Valentina è ricercatrice post-dottorato all’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia (IBCN) del Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) di Roma, nel laboratorio della dottoressa Flaminia Pavone. «Il mio campo di ricerca è a cavallo tra immunologia e neuroscienze. Mi occupo infatti del dolore neuropatico». Una patologia che dal nome può sembrare astrusa e molto rara, ma in realtà è molto più comune di quanto si pensi e colpisce principalmente le donne.

 

SISTEMA IMMUNITARIO E NERVI

Il dolore neuropatico è dovuto a lesioni o disfunzioni del sistema nervoso periferico - quella parte che si trova al di fuori del cervello e del midollo spinale e innerva gli arti o gli organi interni - ed è associato a diverse patologie. «Nel dolore neuropatico il sistema nervoso periferico diventa “ipersensibile” e invia continuamente segnali errati ai centri del dolore nel cervello, anche in assenza di un danno reale». Da cosa è causata questa ipersensibilità?

«Ancora non si sa con precisione, ma negli ultimi anni è stato sempre più evidenziato il ruolo dell’infiammazione e del sistema immunitario, in particolare dei linfociti T, nello sviluppo e nell’andamento di tale sindrome dolorosa». Nelle donne, l’attività dei linfociti T è più elevata: questo determina una più rapida guarigione dalle infezioni ma, di contro, potrebbe essere alla base di una maggiore “aggressività” immunitaria che interferisce con l’origine del dolore neuropatico.

Questa è l’ipotesi da cui è nato il progetto di Valentina. «I linfociti T sono a loro volta regolati da un altro sottogruppo di cellule immunitarie, chiamati linfociti T regolatori, e dall’estradiolo, un ormone sessuale presente ad alti livelli nelle donne. Io sto cercando di capire i meccanismi molecolari che mettono in relazione questi tre elementi - linfociti T, linfociti T regolatori e ormone estradiolo - con l’insorgenza di infiammazione e di dolore neuropatico. L’obiettivo è individuare nuove possibili strategie terapeutiche per il trattamento del dolore cronico utilizzabili anche in clinica medica».

 

TRA CAMPAGNA E CITTA’

La passione di Valentina per il suo lavoro si evidenzia anche dal fatto che ogni giorno affronta un viaggio di tre ore tra treno, autobus e metropolitana per recarsi da casa sua, in provincia di Frosinone, fino al suo laboratorio di Roma. «È faticoso, ma sono felice perché posso fare il lavoro che amo in città e vivere in campagna». Valentina è infatti un’amante della natura. È appassionata di giardinaggio e appena può inforca la bicicletta per lunghe passeggiate nel verde.

Fra dieci anni, come si vede Valentina? «Ancora nel mio laboratorio, qui in Italia, e spero di essere riuscita a capire se e come il sistema immunitario abbia un ruolo nello sviluppo del dolore neuropatico e perché le donne sono più suscettibili». È nel suo Paese che Valentina vuole restare, nonostante abbia avuto anche esperienza lavorativa all’estero. Ha trascorso un periodo di tre mesi nel prestigioso King’s College di Londra, nel laboratorio della dottoressa Marzia Malcangio «per imparare nuove tecniche sperimentali, da utilizzare proprio per studiare la relazione tra sistema immunitario e dolore neuropatico».

 

ROMA VS LONDRA

La sua esperienza londinese le ha mostrato le differenze col fare ricerca in Italia, dove le difficoltà oggettive sono di gran lunga maggiori: meno fondi, meno possibilità di acquistare materiali e attrezzatura, meno soldi per invogliare i cervelle italiani a restare e per attirare menti dall’estero. «In Italia, ogni volta dobbiamo risparmiare il più possibile o giocare d’astuzia per trovare una soluzione alternativa economica e ottenere lo stesso risultato. Forse è anche per questo che i ricercatori italiani sono così bravi: la necessità aguzza l’ingegno». Valentina è però consapevole che questo rappresenta una forte penalizzazione del nostro Paese nel contesto di un mondo globalizzato che compete sempre più sulla base della conoscenza e dell’innovazione.

«Se l’Italia vuole davvero essere competitiva nel mercato globale, deve riuscire ad attirare eccellenze dal resto del mondo, e per farlo si devono fornire più opportunità ai talenti, sia italiani che stranieri». Le difficoltà del lavoro dello scienziato possono, almeno inizialmente, scoraggiare i giovani ad avvicinarsi al mondo della ricerca. «La vita di uno scienziato è piena di sacrifici e spesso non ha una ricompensa economica gratificante ma, di contro, è un lavoro che ogni giorno ti permette di svolgere attività diverse, scoprire nuove cose e cercare di trovare una soluzione a problemi gravi, dando così un proprio contributo alla società e questo è impagabile», conclude Valentina con l’entusiasmo di chi, nonostante tutto, è ancora innamorato del proprio lavoro.


@ChiaraSegre

Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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