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Un sensore dei danni al Dna può far "suicidare" le cellule tumorali?

pubblicato il 21-10-2014
aggiornato il 06-02-2017

Audrey Laurent è una giovane ricercatrice francese che studia le analogie nella risposta ai danni all'informazione genetica tra cellule embrionali e cellule tumorali

Un sensore dei danni al Dna può far "suicidare" le cellule tumorali?

Audrey Laurent è arrivata quasi sei anni fa a Milano da Rennes, cittadina della Bretagna francese a ovest di Parigi. Ha studiato alla National School of Agronomy di Rennes, si è specializzata poi in biologia e biochimica e infine ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Biologia Molecolare e Cellulare. Per il suo post-dottorato, Audrey è venuta a Milano, all’Istituto Firc di Oncologia Molecolare (IFOM), nel laboratorio diretto dal Professor Francesco Blasi, dove studia Prep1, una proteina coinvolta nella protezione dai tumori.

 

CELLULE TUMORALI “IRRESPONSABILI”

Audrey è una biologa dello sviluppo e lavora sulle cellule embrionali, originate da modelli animali. «Non molte persone sanno che le cellule tumorali, per certi aspetti, assumono caratteristiche e comportamenti che assomigliano a quelli delle cellule embrionali, tra cui il minor grado di specializzazione e una maggior propensione a moltiplicarsi». Le cellule tumorali, in un certo senso, sono come degli “adulti irresponsabili e immaturi” che, in conseguenza del loro comportamento, causano gravi danni all’organismo. «Studiare lo sviluppo embrionale può dare informazioni molto utili a capire come funzionano le cellule tumorali».

Prep1, la proteina su cui lavora Audrey, appartiene alla classe degli oncosoppressori, cioè proteine che grazie alla loro funzione rallentano, controllano o bloccano un’eccessiva proliferazione cellulare e quindi proteggono dal rischio di sviluppare tumori. Infatti, molti tumori umani perdono questa proteina. Come mai? «È quello che stiamo cercando di capire», continua Audrey. «Ipotizziamo che Prep1 protegga il Dna da rotture e dall’accumulo di mutazioni. E un Dna danneggiato è spesso l’anticamera della trasformazione neoplastica».

 

IL SEGRETO È NEL DANNO AL DNA

Le cellule embrionali molto giovani, quelle che si generano subito dopo l’impianto dell’embrione, hanno una peculiarità:  se il loro Dna si rompe o si danneggia, si “suicidano”. «Probabilmente questo meccanismo si è evoluto come sistema di protezione per non correre il rischio di sviluppare un organismo con malformazioni o con un elevato rischio di sviluppare tumori dopo la nascita». Le cellule embrionali sono così sensibili ai danni al Dna che riescono a identificare una singola rottura tra molti milioni di legami «Come fanno le cellule embrionali a essere coì efficienti? Come decidono di suicidarsi piuttosto che provare a riparare il Dna e che ruolo ha la proteina Prep1 in tutto questo?

A queste domande vorrei riuscire a rispondere attraverso la mia ricerca», continua Audrey. Le applicazioni dei risultati sono potenzialmente molto interessanti anche ai fini terapeutici. La cura “ideale” del tumore è infatti quella in grado di uccidere la cellula tumorale senza danneggiare quelle sane. «Se riuscissimo a rendere le cellule tumorali sensibili ai danni al DNA come lo sono quelle embrionali,  potremmo “convincere” le cellule maligne a suicidarsi dopo un piccolo stress (rompendo ad esempio il loro DNA con una radioterapia mirata), potremmo migliorare l’efficienza delle terapie e diminuire gli effetti collaterali» conclude Audrey.

 

NON SEMPRE ROSE E FIORI

Non solo pipette e microscopi nella vita di Audrey: da quando è in Italia  ha scoperto nuovi hobby, uno dei quali è il giardinaggio sul balcone: «È incredibile come i fiori crescano più veloci col solo che c’è qui in Italia, rispetto a casa mia, nel nord della Francia». Tuttavia, la sua esperienza italiana non è sempre stata rose e fiori, soprattutto all’inizio. Quando Audrey decise di fare un’esperienza di ricerca all’estero,  voleva andare in un paese del Mediterraneo che non fosse troppo lontano da casa, e la scelta ricadde sull’Italia, «Il progetto che mi era stato proposto era simile a ciò che avevo fatto durante il dottorato e mi offriva però anche la possibilità di imparare nuove metodologie. Inoltre l’Italia è vicino alla Francia, quindi mi sembrava la scelta perfetta».

Ma una volta arrivata in Italia Audrey si è dovuta scontrare con le condizioni precarie che riguardano la ricerca in Italia. «In Francia i ricercatori hanno un vero e proprio contratto di lavoro, che comprende assicurazione sanitaria e contributi previdenziali». Tutte cose che in Italia, al momento, non sono previste al di fuori della carriera accademica. Questo per Audrey è stato uno shock. «In Francia non avere un contratto vero e proprio è illegale: spero di non avere problemi amministrativi per gli anni che ho trascorso a Milano quando tornerò nel mio paese». La situazione in cui si è trovata Audrey è comune a moltissimi ricercatori italiani e soprattutto stranieri; di sicuro non è un incentivo per richiamare in patria i nostri scienziati né per attrarre cervelli dall’estero e va a penalizzare il livello della ricerca nel nostro paese.

 

LO SPETTACOLO DELLA VITA

Per Audrey, uno degli aspetti più belli del lavoro del ricercatore è, oltre che contribuire a trovare soluzioni per curare malattie devastanti come i tumori, quello di poter essere in prima fila davanti allo straordinario spettacolo della vita «Adoro comprendere il mondo intorno a me. Più cose comprendo e imparo, più lo trovo bellissimo e magico. In particolare, mi affascina molto la biologia dello sviluppo… del resto, chi non si è mai fatto domande sul mistero della vita, su come una singola cellula possa costruire un intero organismo». Audrey, nonostante non abbia perso l’entusiasmo quasi “fanciullesco” per la scienza, che è linfa vitale per continuare a esercitare con passione e dedizione il lavoro del ricercatore, è ben consapevole che non sempre la scienza è davvero messa al servizio dell’umanità. «Come in tutti i campi dell’impresa umana, anche nella ricerca ci sono persone che mettono i propri interessi personali ed economici davanti a tutto». L’importante è sempre vigilare su questi comportamenti.


@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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