Sostieni Fondazione Veronesi, dona ora

Insieme per il nostro futuro. Sostieni la ricerca e la cura!

Dona ora
L'esperto risponde

Ho una memoria piena di buchi: c'è una terapia?

pubblicato il 07-08-2013
aggiornato il 12-01-2017

Risponde il professor Antonio Malgaroli, docente di Fisiologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele a Milano

Ho una memoria piena di buchi: c'è una terapia?

Risponde il professor  Antonio Malgaroli, docente di Fisiologia all’Università Vita-Salute del San Raffaele a Milano

Quando leggo dei genitori che dimenticano il figlio piccolo in auto, che muore mentre loro sono andati diritti al lavoro, tremo. Mi spavento a  volte per come nella quotidianità dimentico delle cose, un impegno o il foglietto scritto proprio per ricordarmi quell’impegno, oppure pezzi del mio passato, che so, pure una gita fatta insieme con altri che però se la ricordano. Alcune mie amiche mi danno, ridendo, della “svampita”, però io ho paura di avere dei “distacchi della memoria” che mi facciano omettere prima o poi cose importanti. A cominciare – la cosa tanto temuta dalle vecchiette (ma io ho 49 anni!) –dal lasciare il gas acceso. Com’è che succedono questi black out della memoria? E i miei timori sono davvero infondati, come sostengono le mie amiche?  Antonella smemorata

Il nostro cervello nella quotidianità svolge in maniera automatica tantissime operazioni  senza che noi ce ne occupiamo, molto spesso non siamo coscienti di questo continuo lavorio cerebrale, di questa grande abilità del nostro cervello. Se un malfunzionamento del sistema nervoso si manifesta, diventa visibile ai nostri occhi, allora vuol dire che il danno è veramente molto esteso. La nostra capacità di memorizzare in tempo reale i fatti della vita è un esempio di un automatismo cerebrale.

Ma come funziona la memoria? Il nucleo è l’ippocampo. Si tratta della porta di ingresso dei ricordi. Se ho chiuso o meno la porta di casa, se ho spento il gas, se memorizzo il piano del parcheggio dove ho lasciato la macchina, ecco tutte queste informazioni vengono memorizzate in modo automatico nell’ippocampo. Ma l’ippocampo ha una “capienza” limitata: se fai tante cose, è come avere un computer con una Ram, una memoria  limitata, per cui questo segue e registra tutto giorno per giorno, però via via scartando o “scaricando” le informazioni già acquisite: dove? Qui è il punto, ancora oggi non sappiamo in quale parte del cervello sia situato il deposito permanente delle memorie.

IPPOCAMPO COME UN TACCUINO - Così il nome, il volto, il  numero di telefono di una persona incontrata resterà nell’ippocampo per un giorno o due – come su un taccuino di appunti – ma le cose importanti che sono già collegate ad altre informazioni cui teniamo, vengono distaccate e mandate in un ‘deposito’ che ancora oggi non conosciamo. Secondo gli studi di Richard Sperry  sui topi, questi magazzini permanenti sono distribuiti un po’ ovunque nel cervello.

Basilari, invece, per indicare nell’ippocampo la porta d’accesso della memoria, gli studi della dottoressa Brenda  Milner, negli anni ’50, sul paziente H.M. (passato con le iniziali alla storia della ricerca). Era un uomo che soffriva di epilessia che allora si curava spesso con un intervento chirurgico. A lui fu asportata quasi completamente la struttura ippocampale e questo bilateralmente, si constatò così che H.M. non riusciva più a consolidare nuovi ricordi. Mentre ricordava bene quanto visto e vissuto prima dell’operazione.

LO STRESS MANDA IN TILT - Qui risiederebbe il motivo per cui gli anziani in genere e chi è colpito da Alzheimer non ricordano i fatti recenti, tipo appunto “avrò chiuso il gas?”, perché in loro l’ippocampo è danneggiato. Si tratta di una zona cerebrale piccolissima, grossa come una noce. E questo circuitino se viene danneggiato da una patologia, se siamo troppo stressati, cosa molto comune in questo periodo di grande crisi economica, o se riceviamo troppi input, allora comincia a non funzionare o peggio a cancellare. Del resto sappiamo bene che se vogliamo studiare un testo dobbiamo concentrarci, chiuderci in una stanza  senza  tanti stimoli. Così l’ippocampo fa bene il suo lavoro. Ma quando gli stimoli sono troppi, troppi pensiero di lavoro e d’altro si accavallano, ecco che l’automatismo dell’ippocampo va in tilt e si può dimenticare il bimbo in macchina.

FERMIAMO LA CORSA - Come combattere questi black-out di memoria? Vere medicine non ne esistono. Sicuramente bisogna fare una vita sana, combattere il sovrappeso, fare attività fisica, impegnare il cervello in attività stimolanti,  assicurarsi un riposo notturno adeguato.  Bisogna anche fermare lo stress e la corsa alle informazioni, agli stimoli: dunque selezionare i fatti importanti, liberarsi di quelli accessori, scegliere cose, eventi, emozioni con cui riempire la propria vita di ogni giorno. E’ una lotta impari? Forse, ma necessaria, è un’opera di ‘igiene mentale’.

E poi: dormire bene. Il sonno è molto importante. E’ allora che ricapitoliamo tutti i fatti della giornata e l’ippocampo si svuota trasferendo correttamente i ricordi negli appositi siti. Il canadese Bruce McNaughton aveva insegnato a un gruppo di topi di laboratorio a districarsi in un labirinto e aveva registrato i corrispondenti segnali elettrici dal loro cervello. Aveva così constatato che nel sonno i segnali cerebrali riproducevano lo stesso disegno del labirinto, in pratica l’animale ricapitolava le esperienze della giornata. I topini stavano ripulendo i ricordi per consolidarli in modo permanente. Da qui – e altro ancora – la consapevolezza che chi dorme male, ricorda male.


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza

Da non perdere

News dalla Fondazione Eventi Iniziative editoriali Il meglio dai Blog Video