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Neuroscienze

Allenare corpo e mente per prevenire l’Alzheimer

pubblicato il 06-03-2014
aggiornato il 01-02-2017

L’Istituto di neuroscienze del CNR di Pisa sta attuando un programma di prevenzione per anziani che prevede un’ora di palestra e due ore di esercizi di stimolazione cognitiva

Allenare corpo e mente per prevenire l’Alzheimer

Numerosi studi hanno dimostrato che  l’esposizione a un ambiente cognitivamente e socialmente stimolante e l’esercizio fisico esercitano effetti benefici sulle funzionalità cerebrali, particolarmente nell’anziano e riducono il rischio di sviluppare patologie dementigene. Ciò grazie al fatto che il cervello è in grado di riorganizzarsi non soltanto nelle fasi dello sviluppo del sistema nervoso centrale, ma anche nel corso della vita, in particolare nella fase di apprendimento.

Questa capacità è detta plasticità neurale e il suo potenziamento nell’anziano potrebbe ridurre il declino cognitivo legato all’età, sia perché potenzierebbe i processi di apprendimento e memoria, sia perché potrebbe favorire quei fenomeni di plasticità compensativa che, reclutando risorse cerebrali aggiuntive nello svolgimento di un compito, consente di mantenere un buon livello di prestazioni cognitive anche in età avanzata.

 

IL PROGETTO

Da questa ipotesi del professor Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei lincei e direttore per molti anni dell’Istituto di neuroscienze del CNR di Pisa, è nata l’idea del progetto “Train the brain” (Allena il cervello), con l’obiettivo di confermare che  l’applicazione di interventi di esercizio fisico, stimolazione cognitiva e interazione sociale (ambiente arricchito) possono portare significativi effetti positivi sulla memoria in soggetti a rischio di sviluppare demenza o in soggetti con diagnosi di demenza in fase iniziale. Studi in tal senso sono molto pochi e realizzati con difficoltà metodologiche.

Per questo al CNR di Pisa, con la partecipazione dell’Istituto di neuroscienze (Lamberto Maffei) e quello di fisiologia clinica dell’università pisana (professor Eugenio Picano) e dell’Istituto di cura e ricerca Stella Maris, hanno voluto applicare questo modello predisponendo un protocollo di stimolazione cognitiva e fisica, che sta dando buoni risultati su un gruppo di pazienti fra i 69 e gli 85 anni, con Mind cognitive impairment, (lieve compromissione cognitiva) reclutati attraverso uno screening della popolazione.

«Durante il training – spiega la dottoressa Roberta Franco, psicologa - i risultati del test finale mostrano che la prestazione dei gruppi che hanno terminato il  progetto è significativamente superiore a quella ottenuta nel primo test, all’inizio del progetto. Tale risultato è incoraggiante e suggerisce che l’intervento combinato cognitivo fisico da noi messo a punto potrebbe non soltanto rallentare il declino cognitivo, ma potrebbe addirittura favorire un miglioramento della memoria».

 

LA STIMOLAZIONE

I soggetti, reclutati sulla base di test neuropsicologici e strumentali, sono stati suddivisi in due bracci, quello stimolato e quello di controllo, senza stimolazione. Il protocollo prevede che ogni gruppo di 9-10 persone si sottoponga per 3 volte alla settimana a un’ora di esercizio fisico in palestra sotto la guida di un fisioterapista e a due ore di training cognitivo, in aule attrezzate sotto la guida di psicologi esperti in neuropsicologia.

Sono anche previste attività di musicoterapia, un’ora alla settimana, con un esperto. Il training fisico comprende esercizi aerobici (pedalata e camminata veloce), esercizi callistenici (a corpo libero) e di equilibrio. Il training cognitivo, invece, incrementato di settimana in settimana, ha lo scopo di stimolare sia singoli domini (udito, vista, memoria, apprendimento, orientamento spaziale, abilità lessicale) sia più domini insieme.

«Complessivamente il training  - aggiunge la dottoressa Chiara Braschi , psicologa della riabilitazione cognitiva - si basa sulla filosofia dell’ambiente arricchito, ossia cerca di promuovere una serie di attività coinvolgenti e di soddisfazione. Anche l’attività di gruppo serve a stimolare la curiosità e la partecipazione attiva, i cui benefici sono percepiti dai soggetti anche nella loro vita di tutti i giorni».

 

LA DEMENZA

Due sono i fenomeni presi in considerazione, la demenza di Alzheimer, patologia neurodegenerativa  del Sistema Nervoso centrale, la causa più comune di demenza al mondo e la demenza vascolare che rappresenta il 10-30% di tutte le demenze. L’esordio della malattia coincide  con la comparsa di un deficit cognitivo che progressivamente diventa più diffuso e di gravità crescente (perdita progressiva di memoria, ragionamento, orientamento spaziale e temporale, uso e comprensione del linguaggio).

Attualmente non esistono terapie e la cura e la gestione del malato con demenza dipendono dall’assistenza dei familiari e del Servizio sanitario nazionale con costi diretti e indiretti elevati. Il fenomeno è in crescita, soprattutto in Italia, dove la popolazione anziana è tra le più elevata nel mondo. In 100 anni è triplicata e nei prossimi 50 anni rappresenterà il 35% della popolazione, con conseguenze drammatiche sul piano clinico, economico e assistenziale.

L’età infatti è il fattore di rischio per lo sviluppo della demenza. Ecco perché appare sempre più evidente la necessità di sperimentare validare e attuare interventi di contenimento e rallentamento del deterioramento cognitivo a partire da uno stadio iniziale della malattia.

 

SVILUPPI FUTURI

Il disegno sperimentale dello studio in corso a Pisa prevede un controllo alla fine del corso e a 12 mesi, con la prospettiva futura di intraprendere un secondo studio per la messa a punto di un trattamento successivo per favorire il più possibile il mantenimento nel tempo degli effetti positivi dell’intervento, in vista anche di un trasferimento al Servizio sanitario nazionale dei risultati dello studio.


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