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Neuroscienze

Capire la schizofrenia per superare il pregiudizio

pubblicato il 10-10-2013

«Queste persone sono meno diverse da noi di quanto pensiamo». In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, lo psichiatra Emilio Sacchetti spiega cos'è il più classico e misconosciuto dei disturbi psichiatrici: la schizofrenia

Capire la schizofrenia per superare il pregiudizio

«Queste persone sono meno diverse da noi di quanto pensiamo». In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, lo psichiatra Emilio Sacchetti spiega cos'è il più classico e misconosciuto dei disturbi psichiatrici: la schizofrenia

In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, promossa dalla World Federation of Mental Health il 10 ottobre, proponiamo un'intervista a Emilio Sacchetti, ordinario di psichiatria all’Università di Brescia.

Che cos'è la schizofrenia?

«E’ il disturbo psichiatrico per antonomasia, è la follia dell’immaginario collettivo. Ci sono deliri, ed allucinazioni, cioè il nucleo centrale di tutte le psicosi. Inoltre, può essere presente un eloquio disorganizzato e, più di rado, sintomi motori di tipo catatonico quali l’arresto psicomotorio o l’assunzione/mantenimento di posizioni strane. Quasi sempre è anche presente un deficit importante delle funzioni cognitive principali tant’è che una volta questa malattia veniva chiamata “dementia praecox”, demenza precoce, per distinguerla da quella degli anziani.

Una malattia devastante…

«Sì, un peso enorme per chi ne è colpito, per la sua famiglia e, alla fine, anche per la società. Perché compare a 18-20 o 25 anni (e dura per tutta la vita), proprio quando si fanno le amicizie, si stringono i legami che saranno importanti nella vita adulta. E’ un tempo cruciale. E la persona invece si chiude in se stessa, si isola, diventa di scarsa adattabilità sociale, ha difficoltà a trovare un lavoro sia per le sue incapacità sia –molto – per lo stigma, il pregiudizio su questo disturbo».

Qual è la diffusione di questa grave malattia?

«Colpisce l’1% della popolazione. E’ l’1% in qualunque contesto sociale o latitudine».

E che cosa si sa delle cause?

«L’origine è multifattoriale: ci sono basi ambientali, genetiche, psicologiche».

Per favore, può esemplificare cosa intende per ambiente?

«Per ambiente si intendono ad esempio effetti plastici , o in parole più semplici anche se approssimate, di rimodellamento, sui geni indotti tra l’altro da infezioni perinatali, parti complicati, altre sofferenze perinatali. Anche situazioni esistenziali di perdita o abbandono, addirittura probabilmente un senso di abbandono soltanto percepito, cambiano la plasticità del cervello. Perché questa è la malattia del neurosviluppo: i germi, i presupposti, ci sono già all’inizio, poi tutto esplode vent’anni dopo».

Ed ereditarietà, quanta ce n’è?

«Mah, a spanne si calcola che ci sia un 50% ereditario e un 50% no».

Lei ha citato anche cause psicologiche. Un tempo si parlava di madri “schizofrenogene”, donne che col loro atteggiamento verso i figli avrebbero indotto la schizofrenia. Quest’idea dovrebbe essere passata. Le madri erano incolpate di ogni deficit dei figli, a priori, senza prove. Ora che cosa si dice?

«Ha ragione, quello era un modello vecchio ed ingiustamente colpevolista. La madre può però influire sulla probabilità che il figlio sviluppi in futuro la schizofrenia se essa subisce forti stress in gravidanza, se vive grandi tensioni. E se fa uso di sostanze».

Anche di droghe leggere?

«Soprattutto di droghe cosiddette leggere! Anche un ragazzo che ne faccia uso prolungato aumenta di 2-3 volte il rischio di diventare schizofrenico».

Altre indicazioni?

«Si è notata una forte associazione con l’età avanzata del padre al momento del concepimento»

Cioè un padre vecchio può predisporre il figlio alla schizofrenia?

«Il rischio sembrerebbe aumentato. All’origine di questa malattia c’è un mosaico complesso».

Sono colpite più le donne o gli uomini?

«Nessuna differenza, metà gli uni e metà le altre. Però gli uomini sono tipicamente più gravi. Forse le donne sono più protette dagli estrogeni... Intanto per loro è più tarda l’età d’insorgenza: verso i 30 anni o anche dopo. Può essere che per i maschi l’esito della schizofrenia risulti più devastante in quanto insorge prima e dunque spezza più legami e interessi».

Molta gente ha l’idea che gli schizofrenici siano pericolosi. E’ vero?

«Di base no. Lo diventano se c’è un uso concomitante di sostanze. La droga li sblocca e gli fa fare gesti aggressivi».

Comunemente si dice “schizzato” per dire un folle o una persona imprevedibile. La gente pensa che la parola schizofrenia voglia dire doppia personalità. E la traduzione letterale dal greco, schizein tagliare e phren la mente, sembra dar loro ragione: cervello diviso.

«Fu lo psichiatra svizzero Eugene Bleuler a creare il termine nel 1908, ma intendeva sottolineare una perdita di coerenza tra le varie aree e le varie funzioni del cervello. Non c’entra la doppia personalità».

Prima di passare al capitolo cure, spiega per favore i diversi significati di deliri, allucinazioni, psicosi?

«Si parla di allucinazione quando la persona ha una percezione senza che esista uno stimolo: sente una voce che non c’è, vede cose inesistenti, si sente toccata eppure nessuno l’ha fatto. I deliri si riferiscono invece al mondo delle idee, idee distorte e non suscettibili di critica. All’estremo è delirio il classico caso delle barzellette in cui uno si crede Napoleone. Ma Bonaparte non rientra più nell’immaginario odierno dei pazienti affetti da schizofrenia. C’è più l’idea di essere spiati dalla Cia, di avere nemici che congiurano contro, di essere odiati dal vicino… Infine, psicosi indica un rapporto globale con la realtà alterato».

Si guarisce dalla schizofrenia?

«No,nel senso che una volta sospese le terapie il rischio di riacutizzazione è elevatissimo. Un buon 60% dei pazienti è però recuperabile ad un livello del tutto accettabile. Abbiamo farmaci molto migliori di prima: sono più efficaci e meglio tollerati. Non sedano e non bloccano come una volta. Sono farmaci antipsicotici».

Si usano solo farmaci?

«No, vanno applicate insieme – e per sempre –tecniche di riabilitazione in senso lato che facilitano nel paziente il percorso necessario per recuperare tutte le sue funzioni e l’autonomia perse. Con una frase ad effetto, si potrebbe dire che il paziente deve riappropriarsi della propria cittadinanza. Non è quindi sorprendente che l’intervento non possa che essere interdisciplinare».

Se ben curati, i malati di schizofrenia possono anche lavorare?

«Potrebbero. Uso il condizionale perché contro questi malati c’è un forte pregiudizio sociale. Sono guardati con diffidenza, temuti. Se uno di loro ha il padre che lavora in proprio, con un’azienda, ecco, lì potrà lavorare. Una signora che abbiamo seguito piano piano è andata migliorando, si è iscritta a un corso di computer ed ha ottenuto il suo bel diploma. Però ai suoi compagni di corso hanno offerto un lavoro, mentre lei non la voleva nessuno. Dobbiamo invece capire che queste persone sono meno diverse da noi di quanto pensiamo. Per far passare questo messaggio, ogni anno il nostro dipartimento organizza numerosi eventi rivolti alla cittadinanza come, ad esempio, spettacoli teatrali e mostre sostanzialmente prodotti dai pazienti. Inoltre, bisogna ricordare la necessità di educare, educare ed ancora educare le persone su cosa è davvero la schizofrenia. E per primi vanno educati i parenti».

Serena Zoli


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