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Neuroscienze

I misteri del sogno: perché sogniamo? E sogniamo tutti?

pubblicato il 16-07-2014
aggiornato il 15-05-2017

Chi pensa di non avere attività onirica, semplicemente non la ricorda. Smentita la teoria dei cicli: la “seconda vita” mentre dormiamo è sempre attiva, ma coinvolge aree diverse del cervello

I misteri del sogno: perché sogniamo? E sogniamo tutti?

“La vita è sogno”, scriveva Calderòn de La Barca nel 1635. Opinione di poeta.  Ancora oggi piuttosto non si sa che cosa sia il sogno per la vita. «Come non si sa che cosa sia, a cosa serva, il sonno per la vita», dichiara Luigi De Gennaro, docente di psicofisiologia del sonno normale e patologico dell’università Sapienza di Roma. «È proprietà intrinseca del cervello produrre attività cognitiva, tanto che non può farne a meno, dunque ne produce anche durante il nostro sonno».

Già, ma non è uguale al pensiero della veglia, nei sogni spesso non si capisce nulla.

«Lo scenario fisiologico del sogno usa un codice particolare, che è, ed è detto, onirico. Quanto al fatto del non senso dei sogni, c’è tutto un elenco di scienziati che hanno dichiarato di avere avuto i suggerimenti per la loro maggiore scoperta dormendo. Per esempio, Otto Loewi per la prima intuizione dell’esistenza dei neurotrasmettitori cerebrali che gli valse il Nobel della medicina nel 1936,  Dmitrij Mendeleev per l’idea della tavola periodica degli elementi, ancora: il tedesco August Kekulé “vide” la struttura chimica esagonale del benzene attraverso una sequenza onirica di serpenti che si tenevano in circolo per la coda. Se è stato davvero così, i sogni non sono sempre inutili».

E i sogni profetici? Dall’antichità alla “Smorfia” napoletana si è sempre detto di questa loro capacità.

«È un’idea vecchia quanto l’uomo. Ed è più difficile da indagare del resto. Dopotutto fa ancora testo l’esperimento che fecero due psicologi dell’Università di Harvard quando, negli anni ’30 del Novecento, esplose il caso clamoroso del rapimento in America del figlioletto del trasvolatore Lindbergh. Attraverso i giornali invitarono i lettori a scrivere sui sogni eventualmente fatti sull’argomento riferendo: a) dove avevano “visto” che era nascosto il bambino, b) come sarebbe finita la vicenda. Arrivarono 4.000 risposte, una piccola parte “indovinò” la morte del bimbo, come poi fu e come del resto era ben possibile. Ma più indicativo il risultato sul luogo: lo predissero un numero pari a 0,0004%, che vuol dire 4 su 10 mila. E una probabilità così rara è casuale, esclude che si sia trattato di “profezia”».

Passiamo a un’altra verità “nascosta” nel sogno: l’inconscio. Secondo la psicoanalisi le vicende oniriche ne rivelano la voce. Ma non tutti ci credono.

«Sono uno psicologo, quindi per me il sogno è lo strumento di elezione per arrivare a contenuti non consapevoli della psiche. Ma se si prende l’ottica della scienza, il sogno-voce dell’inconscio non è verificabile dal punto di vista scientifico».

Sogniamo tutti o hanno ragione quelli che dicono: io non sogno mai?

«Tutti. Alcuni non ricordano, alcuni ricordano tantissimo, alcuni hanno addirittura una memoria fotografica. Circa tre anni fa abbiamo fatto una ricerca neurofisiologica per individuare le basi neurali del sogno, confrontando chi ricorda e chi no. Abbiamo visto che, in quanti poi ricorderanno, è interessata una specifica area cerebrale, la corteccia frontale, con una specifica frequenza elettrica, mentre in chi poi rammenterà ben poco la zona cerebrale coinvolta era la corteccia temporale destra. Perciò si può predire dall’attività elettroencefalografica misurata in chi dorme se al risveglio ricorderà o no».

E gli incubi?

«Ci sono diverse esperienze terrificanti. Alcune sono clinicamente rilevanti, per esempio nel disturbo da stress post-traumatico uno dei sintomi è l’incubo ricorrente del trauma. Alcuni anni fa noi abbiamo studiato migliaia di persone nella zona terremotata dell’Aquila e alla fine, sostanzialmente, la “geografia” dei disturbi del sonno e dei sogni ricalcava la geografia tettonica del disastro: la maggiore o minore vicinanza all’epicentro, le diverse intensità del sisma. In inglese si distingue tra i due termini pavor nocturnus, in latino, per indicare il sogno-incubo durante il sonno non Rem e nightmare per l’incubo durante il sonno Rem. Sono due tipi di terrori onirici relativamente diffusi, specie in età prepuberale».

Rem indica le fasi del sonno in cui sotto le palpebre è visibile un rapido movimento degli occhi. Si dice – o diceva? – che si sogna solo nella fase Rem. È così?

«No, si sogna in tutta la notte».

E allora fase Rem e fase non Rem del sonno a cosa sono dovute, a cosa “servono”?

«Sappiamo di  questa differenza: se si sogna durante il sonno Rem, la probabilità di ricordare è più elevata; infatti se in laboratorio si sveglia in questa fase il volontario che dorme, si vede che ricorda  nell’80-90 per cento dei casi. Per il sogno in fase non Rem la probabilità di ricordarlo è più bassa.  Poi ci sono altre differenze: i sogni fatti in fase Rem hanno una maggiore narrazione, un racconto più complesso e ampio; i sogni della fase non Rem risultano, invece, più poveri, più spogli di trama. La ricerca è impegnata a usare la risonanza magnetica e altre tecniche per misurare le strutture profonde del cervello, in particolare l’ippocampo (sede importante per la memoria) e l’amigdala (centro per le emozioni). L’obiettivo finale è capire i sogni».

Un obiettivo che pare ancora molto lontano. E lei, professor De Gennaro, che studia l’attività onirica degli altri, sogna? E che tipo di sogni fa?

«Ah, sono parecchio insoddisfatto. Ricordo poco i sogni. E poi sono sogni poveri, banali…».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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