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Neuroscienze

Il sonno arriva al cervello per gradi

pubblicato il 14-01-2014

Lo attesta una ricerca italiana che ha coinvolto diversi centri specializzati nello studio delle problematiche che riguardano l’addormentamento

Il sonno arriva al cervello per gradi

Come mai si dimenticano spesso fatti o cose appresi e accaduti appena prima di addormentarsi? Perché il cervello prende sonno con particolari ritmi e fasi che possono cancellare la memoria, più recente, di alcune specifiche aree ed emisferi.

A spiegarlo, oggi, è uno studio tutto italiano condotto dai ricercatori dell’Ospedale Niguarda, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche ‘Luigi Sacco’ con la collaborazione del Dipartimento di psicologia dell’Università dell’Aquila e di Roma, ed i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Neuroimage.

IL SONNO – Sono rari i casi in cui, appoggiata la testa sul cuscino, si cada immediatamente in un sonno profondo. Esso invece arriva a tappe, con il coinvolgimento in modi e tempi diversi delle varie strutture cerebrali che ne sono implicate. È arrivato a questa scoperta un gruppo di ricercatori che hanno studiato gli effetti del sonno su alcune persone affette da epilessia, refrattaria ai normali trattamenti farmacologici, ed a cui erano stati impiantati nel cervello, per indagini pre-chirurgiche, degli elettrodi. «La nostra ricerca – spiega il dottor Lino Nobili, specialista del Centro di Medicina del Sonno di Niguarda e coordinatore dello studio – ci ha permesso di evidenziare che l’ippocampo, che costituisce la centralina della memoria ma che ne è anche custode, si addormenta prima della corteccia e di altre aree cerebrali con uno scarto massimo di 23 minuti (in media all’incirca 11 minuti). Questo significa che l’area responsabile della nostra memoria cede al sonno prima di quelle preposte al linguaggio, alle funzioni cognitive, sensoriali e motorie». E questa potrebbe essere una delle ragioni che spiega come mai siamo portati l’indomani a ritornare alle ultime pagine del libro lette la sera, prima di spegnere la luce, non ricordandone più i contenuti. Ma ciò che è più interessante sono le premesse che lo studio ha aperto.

LE RICERCHE FUTURE – Questo momento di black-out cerebrale, che anticipa l’addormentamento profondo, sarà utile per conoscere meglio non soltanto i meccanismi dell’amnesia, ma anche di alcuni particolari disturbi dell’insonnia e del sonnambulismo che attivano meccanismi opposti: risvegliando (attivando), cioè, durante il sonno ed in maniera inconscia alcune aree del cervello, responsabili delle funzioni motorie, rispetto ad altre che restano nel torpore del sonno. «In pazienti che soffrono di queste problematiche – conclude il dottor Nobili – presentano infatti, ad indagini specifiche, profili del sonno apparentemente normali. I nostri studi invece, anche in questi casi di alterazioni del sonno, propendono per la tesi che esista alla base una differenza importante nei tempi di addormentamento delle varie aree cerebrali che ci aiuterebbero a spiegare alcuni disturbi dissociativi del sonno e dell’addormentamento».

Francesca Morelli


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